E la politica inventò l’antipolitica…

di librovolante

Rossano Pazzagli

L’impegno civico diffuso e la partecipazione sono un grande tema da cui dipende il destino delle democrazie contemporanee. Essi traducono in linguaggio politico l’interesse dei cittadini per le cose che li riguardano ed esprimono il punto di vista della comunità sulle scelte di governo. Sono cioè alla base del sentimento democratico.
Negli ultimi decenni la crisi della militanza partitica come forma della partecipazione democratica, collegata al tramonto del partito di massa inequivocabilmente attestato dal calo degli iscritti di tutti i partiti storici più o meno trasformati e trasfigurati, ha determinato la ricerca di nuove vie di impegno sociale e un forte indebolimento della rappresentanza politica a tutti i livelli, dal parlamento ai consigli comunali. Al dato quantitativo va aggiunto quello qualitativo, caratterizzato da patologie gravi nelle relazioni tra elettori ed eletti e nell’uso della comunicazione politica, che hanno raggiunto il loro apice nel berlusconismo. Parlo di berlusconismo, non solo di Berlusconi, dunque, ma di tutti coloro – politici o amministratori – che hanno a noia i blog, i comitati e tutte le altre forme di aggregazione che negli ultimi anni sono nati prontamente di fronte a scelte significative caratterizzate da un impatto sociale o ambientale, riguardanti in primo luogo il territorio,il paesaggio e in genere il consumo delle risorse di base.


Dalla sfiducia nella politica, e dal venir meno di modelli ideali alternativi che ha impedito le effettive possibilità di scelta riducendole quasi sempre all’opzione per il meno peggio, scaturisce il rischio del qualunquismo. Da qui è nato anche il leghismo ed i suoi inquietanti derivati. Ma che cos’è la politica? Senza tornare sui celebrati modelli genetici della polis, basterebbe recuperare semplicemente il senso che gli aveva dato Cesare Pavese quando affermava che “la politica è l’arte del possibile, tutta la vita è politica”, o quello ancora più diretto del “prendersi cura di ciò che ci riguarda” di don Lorenzo Milani.
Basterebbero  queste parole per rendersi conto che l’esperienza diffusa di associazioni e comitati è il contrario del qualunquismo ed è il contrario del leghismo. Essa si basa su sentimenti comuni e sulla coscienza di luogo. Sul senso di appartenenza a qualcosa (a una comunità, ad un gruppo sociale, ad un territorio, ad un paesaggio…) e al tempo stesso sull’obiettivo di far diventare una questione di tutti anche le scelte puntuali. Eppure non passa giorno senza che queste forme di impegno vengano bollate come ‘antipolitica’.  A me pare questo il disprezzo per l’impegno. La stessa parola ‘antipolitica’ suona come un termine inventato dal ceto politico per difendere il proprio fortino – la casta come taluni la chiamano – per salvare gli intoccabili meccanismi di ricambio della classe dirigente… un ricambio che, o  non c’è, o quando c’è si configura come “le volpi che vanno a dar manforte ai leoni”, cioè la politica dei furbi e dei prepotenti, che si traduce in un senso padronale delle istituzioni e in un uso spregiudicato degli strumenti per la costruzione del consenso; quasi sempre del consenso a decisioni già prese altrove,  in sedi non precisate e comunque diverse dallo spazio pubblico, e sovente nella negoziazione diretta con istanze lobbistiche, cioè distanti dall’interesse pubblico.
Bisogna riconnettere impegno civile e rappresentanza, a partire dai comuni e dalle città, che in questi anni sembrano segnare il passo sia rispetto alla lunga tradizione della democrazia comunale italiana, sia rispetto alla tensione innovativa che si respirava nel settore delle autonomie locale nel corso degli anni ’90, purtroppo sfociata poi in una nuova palude.
La forma partito, che ha svolto un ruolo storico significativo, non basta più. Certo i movimenti, i comitati e i blog che sempre più caratterizzano la scena politica attuale, non possono essere una soluzione permanente: sono forme precarie, mutevoli, trasversali, spesso disorganizzate, che vanno adoperate con la consapevolezza che si tratta, in fondo, di strumenti pre-democratici in un contesto post-democratico. Ma stanno svolgendo un ruolo importante perché sono luoghi vivi, prove, laboratori di espressione del disagio e degli aneliti di impegno di tante persone che attualmente nessuno tra i partiti tradizionali potrebbe essere in grado di coinvolgere, o dai quali si sono già irrimediabilmente allontanate. Sono, che si voglia o meno, le modalità attuali del senso civico e dell’impegno comune, sedi di espressione e di partecipazione, come dimostrano le molte esperienze in corso nel territorio regionale e nazionale.
Le istituzioni di base se vogliono restare il perno del sistema democratico devono tenerne conto, sennò saranno esse stesse, o meglio chi le governa, responsabili del ritorno dell’uomo qualunque.

Rossano Pazzagli

10 Responses to “E la politica inventò l’antipolitica…”

  1. Siamo entrati in un limbo, in una fase post-nulla e pre-niente al momento, perchè nonostante la crisi di un governo senza morale, un presidente del consiglio mafioso conclamato e non condannato solo per il ruolo che ricopre e le leggi che si è fatto, non abbiamo ancora una sinistra pronta a tornare per cambiare. L’ultima volta che è stata al governo in quel poco tempo è riuscita a far passare l’indulto giusto dare un continuum alle porcate dei berlusconiani. Ed è ancora lì, arrancata sulle vecchie posizioni, con i vecchi dirigenti che la distruggono dall’interno. Certo mi fa piacere quando sento i Renzi e i Vendola, ma questo non può bastare per costruire una nuova guida, forte, democratica e che rompa con la corruzione e inizi un nuovo percorso di democrazia e giustizia per ridare dignità al paese. I movimenti a livello locale sono certo serviti e servono per mandare dei messaggi, ma è la politica centrale che deve mettersi in moto.A niente servono le espressioni locali in un paese in cui non sono vere neanche le primarie(perchè ci ricordiamo tutti che Franceschini era in testa in tutte le circoscrizioni ma poi arrivò il veto su di lui e l’ordine di votare Bersani ).Devo dire dall’altro lato però che non sono d’accordo con chi in questo momento vuol ridire su tutto.. non mi piace quando Grillo attacca Fazio e Saviano. Perchè loro sono conduttore e scrittore e non spetta a loro leggere la lista dei mafiosi compresi Berlusconi e Dell’Ultri che pubblicò anni fa La Padania.. Loro hanno fatto un programma di spessore, che può non piacere, ma a me piace e per la prima volta vedo un programma pacato che parla di valori. Quello è uno spunto.. ma è la politica che deve prendere le redini.. e non mi interessa se Saviano viene pagato bene per questo programma: ha scritto Gomorra e aperto lo scenario su un mondo, ha sottolineato che la mafia è al nord (lo sapevamo, ma dirlo in televisione con 10 mil di spettatori è un’altra cosa), vive sotto scorta con limitazione della sua libertà, lo vogliamo martire? Penso che dobbiamo essere più lucidi. Nei partiti locali non ho visto movimenti, anzi, ho visto chi aveva tanta voglia di cambiare ripiegarsi su se stesso per propri vantaggi.. quindi il cambiamento non può venire dai piccoli finchè i grandi non mandano via il marcio e ricominciano e finchè noi non facciamo capire loro che non possono non fare niente e pretendere di avere il nostro appoggio sempre e comunque perché sono “la sinistra” e per lo meno non sono Berlusconi!Certo il sistema partitico è in crisi ma dirige ancora l’opinione pubblica.
    Tutto questo per dire che non è un momento facile, ma eravamo già in un baratro, per la politica, la libertò, la giustizia, l’economia, l’istruzione, il lavoro.. e forse si apre uno spiraglio.. e anche per un barlume di luce, anche se non è luce piena vale la pena di lottare.. e quindi io sto con i ragazzi che protestano nelle scuole, nelle università , con i ricercatoti, con il mondo del cinema che lavora, con Renzi, con Vendola, con Di Pietro, con Santoro, con Travaglio, con Fazio e con Saviano. Perchè nessuno ha la lampada di aladino, non esiste e non vedo perfezione, ma continuo a sperare in qualcosa di meglio e i piccoli passi sono comunque meglio dell’immobilismo.

  2. Come sempre, Rossano, in modo molto semplice e comprensibile, porta alla riflessione collettiva temi di grnade spessore e forte attualità. Anche quando non lo condivido, è sempre un grande piacere leggerlo e confrontarsi con lui e mi onoro di poterlo fare. Anche in questo caso lo spunto è interessante ed in parte, per me, condivisibile. Quando però si elogia il ruolo dei comitati, delle associazioni e qunt’altro sorge spontaneamente sul territorio sicuramente si coglie nel giusto nel vedere in questo il tentativo di “..riconnettere impegno civile e rappresentanza..”. E sicuramente questo rinnovato senso civico scaturisce in primo luogo “..dalla sfiducia nella politica, e dal venir meno di modelli ideali alternativi che ha impedito le effettive possibilità di scelta riducendole quasi sempre all’opzione per il meno peggio..”, come pure dalle altre motivazioni che lucidamente descriveva anche Jessica. Ma, e qui non sono più d’accordo con queste analisi, seguendo questa strada si perde di vista il rischio del particolarismo, di quel fenomeno che gli anglosassoni con un acronimo definiscono NIMBY (not in my back yard) e che ha davvero molti punti in comune col leghismo nostrano. Insomma, se nasce il comitato contro questo o contro quest’altro, sicuramente di positivo c’è l’impegno civico di cittadini che si occupano della loro vita e di quella dei loro figli affrontando un tema specifico sul quale sono contrari, ma per contro perdono un senso generale che inquadra quella scelta che contestano in un quadro appunto più generale. Io francamente vedo molto di leghista in questi comitati che, quasi sempre, sono “contro” qualcosa che il governo centrale o locale ha deciso. E non credo che la via della democrazia e del tentativo di “..riconnettere impegno civile e rappresentanza..” passi da loro, proprio perchè portatori, in genere, solo di un interesse legittimo, ma certo “particolare”. Se la democrazia rappresentativa poi, per le storture dei partiti attuali (molto più democratici quella della Prima Repubblica, dove c’erano selezioni e potere agli iscritti), è sicuramemte in crisi e deve essere cambiata, attenzione all’elogio dei comitati come unica e vera forma di partecipazione con cui, per forza, chi è eletto dai cittadini deve confrontarsi. Attenzione, perchè questo sarebbe il prevalere della legge del più forte: il comitato più organizzato, esattamente come la lobby più potente, comanda! E gli altri? I cittadini che non trovano risposte nei partiti, ma neppure nei comitati e che certo sono la maggioranza? La soluzione a tutto ciò? Averla.. Chi la troverà sarà colui (o coloro) che avrà la leadership nell’Italia del futuro, quella supera il berlusconismo, ma anche il “comitatismo”, sua conseguenza opposta.. Per quel che mi riguarda continuerò, finchè ne avrò pazienza e voglia, a far politica credendo nel ruolo e nella funzione dei partiti. Partiti che così non mi piacciono per niente e vorrei poter cambiare, ma ai quali non vedo alternativa. Pena la fine della democrazia, anche di quella imperfetta che abbiamo adesso, ma che preferisco pur sempre al potere del più forte perchè più ricco, più potente o più organizzato. Berlusconismo e “comitatismo”, due forme opposte di antipolitica da cui la democrazia dovrebbe liberarsi per liberare se stessa. Grazie per l’attenzione ed un abbraccio a Rossano.

  3. grazie Stefano, dunque siamo d’accordo sul giudizio negativo verso gli attuali partiti. Non mi voncince invece l’equazione leghismo=nimby, anzi credo che siano due fenomeni distanti, ma ci rifletterò meglio. Per il resto il tuo contributo mi da l’occasione di ribadire – come espresso nell’articolo – che i comitati non possono essere una soluzione permanente (li ho definiti strumenti pre-democratici in un contesto post-democratico), ma che non devono essere sottovalutati perché sono espressione del disagio e degli aneliti di impegno di tante persone. E che proprio per questo essi hanno un valore effettivamente politico, sono il contrario del qualunquismo, cioè sono politica. Invece vedo che anche tu alla fine usi il termine ‘antipolitica’. Naturalmente ricambio i saluti e il piacere di discutere.

  4. Personalmente condivido quello che dice il Sindaco di Pisa.
    2 novembre 2010 – Partecipazione: Filippeschi al Tirreno “Comitati Febbre di crescita”.
    I comitati ? Febbre di crescita, con questa affermazione si apre l’intervista al Sindaco Filippeschi pubblicata ieri dal quotidiano il Tirreno dedicata al tema della partecipazione e dei comitati cittadini ai quali il giorno prima il quotidiano aveva dedicato un servizio. Spesso visti come antagonisti delle amministrazioni i comitati rappresentano in realtà una risorsa, un indicatore utile per percepire i problemi e i bisogni dei cittadini. Sono oltre 170 i comitati attivi in Toscana, nascono per i più svariati motivi, e raggruppano persone che condividono un bisogno o un interesse. La maggior parte di essi è attivo sui tematiche ambientali o di valorizzazione del territorio, grande attenzione alla vivibilità urbana e alle tematiche di quartiere. Un nuovo modo di vivere anche l’impegno politico, in un contesto dove si è indebolito il ruolo dei partiti e delle organizzazioni di rappresentanza. Grande alleato dei comitati e delle forme di partecipazione “tematica” il Web. Facebook per esempio dispone di uno strumento apposito, che consente di lanciare una “causa” e su questo aggregare. Nell’intervista Filippeschi non lascia dubbi sul suo orientamento, i comitati sono una forma di partecipazione, e come tale va accolta ed ascoltata, anzi incentivata. Il Comune di Pisa ha predisposto infatti un progetto di partecipazione denominato “Pisa Partecipa” che ha portato alla ricostituzione delle circoscrizioni in una nuova forma e con impegno assolutamente volontario ( quindi a costo zero per l’amministrazione) prevedendo poi altre forme di partecipazione e rappresentanza che prevedono il coinvolgimento dei comitati e la valorizzazione della partecipazione on-line. Proprio per la partecipazione on-line arrivano poi suggerimenti dal tavolo per l’Innovazione, dove uno dei tre gruppi di lavoro ( quello sull’Open Government) sta affrontando anche il tema del governo partecipato attraverso strumenti web. Ma passiamo all’intervista (che riportiamo integralmente di seguito). Filippeschi riconosce ai comitati il merito di essere un indicatore importante dello stato di salute di una città, la metafora della febbre è molto calzante, nessuno preferirebbe averla (il riferimento e ai colleghi amministratori) ma è il segno di un organismo che reagisce e ci consente inoltre di capire che c’è qualcosa che non va. Se per molte amministrazioni i comitati sono una palla al piede, per il Sindaco di Pisa appaiono invece come una risorsa: “I cittadini non sono mai una palla al piede. E’ compito della politica ascoltare le istanze dei cittadini, far contare le loro proteste e poi assumersi le proprie responsabilità”. Il solo rischio di queste forme di partecipazione è una innata tendenza all’interesse di parte, manca cioè la visione d’insieme che invece è propria delle organizzazioni politiche più complesse e strutturate, si possono configurare anche conflitti d’interesse tra gruppi diversi, ognuno dei quali si attiva su una causa specifica perdendo talvolta di vista l’interesse collettivo. D’altra parte i comitati svolgono un ruolo di rappresentanza di interessi specifici, spetta poi alla politica il compito di mediare fra le diverse esigenze e le diverse istanze rappresentate.

    Intanto è proprio di questi giorni l’idea nata su facebook di lanciare dei comitati di vigilanza sul verde e sui parchi cittadini, iniziativa che ha visto subito pronta una risposta d’incoraggiamento da parte dell’Amministrazione, pronta al dialogo e che anzi rilancia proponendo l’istituzione di forme di cittadinanza attiva, come le “sentinelle verdi” già presenti come proposta nel programma di mandato del Sindaco.

  5. interessante dibattito a cui voglio portare il mio modesto apporto…partendo da cosa e’ la POLITICA, a costo di sembrar pedante a me piace pensarla come la defini’ Aristotele ossia “l’amministrazione della “polis” per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano”…partendo da questo semplice assunto e’ chiaro che se l’antipolitica esiste si manifesta con il menefreghismo e l’allontamento delle persone dalla partecipazione alla RES PUBLICA…indi per cui ogni volta che cittadini si aggregano sotto varie forme che sia partiti, comitati, movimenti che mettono al centro del loro agire il bene pubblico stanno facendo POLITICA.. La caduta dei partiti di massa ha decretato la morte dei partiti stessi che ormai non rappresentano piu’ una cospicua fetta di cittadini e non hanno piu’ sopratutto i tesserati vero termometro della penetrazione del partito tra la gente..la perdita principale sono stati gli IDEALI gli obiettivo per cui valeva la pena vivere e morire, spariti quelli sparito il collante, un partito come il PD fenice del PCI e’ un gigante con la testa di un nano, tagliando le radici e non ostruendosi un identita’ e’ rimasto alla merce’ dei mestieranti dei politacanti che per conservarsi un posto al sole hanno amplificato e trasformato il loro agire per la cosa pubblica in mercimonio, in affari…anche nel PCI nasceva e prolificavano le mele marce ma c’era la forza di una struttura solida che sapeva arginare questi fenomeni che oggi invece vediamo dilagare a maccgia d’olio….e cosi’ le amministrazioni locali senza bussola diventan tavoli di trattativa per affari privati, dove il bene pubblico passa in secondo piano..allora ecco che i geniali politicanti invenano l’ANTI-POLITICA non sapendo piu’ come arginare un fenomeno che gli sta sfuggendo di mano ossia la gente che si e’ stancata di essere ignorata e di vedere il proprio territorio svenduto…allora se metti in discussione non sei un politicante che la pensa in maniera differente no, fai antipolitica…e cos’ via….
    citare la sindrome di nimby mi pare una forzatura e una decontestualizzazione pericolosa…non puo’ certo esser applicata ad un fenomeno come Baratti, in cui i cittadini hanno levato gli scudi in difesa di un patrimonio e non certo perche’ NON vogliono l’albergo al casone, chi da questa lettura del fenomeno o fa un errore magistrale o strumentalizza l’accaduto…
    io concludo dicendo benvengano i comitati e i movimenti che riescono a far uscir di casa la gente e pian piano a riappropriarsi della cosa pubblica…i partiti o meglio i politicanti (che cosa bene diversa) non dovrebbero temere questo fenomeno, ma dovrebbero interrogarsi perche’ la genet ha bisogno di inventarsi un altro soggetto senza usare quelli esistenti…forse perche’ quelli esistenti (o meglio le persone che gravitano) non sono piu’ in grado di parlare e condividere…grazie per l’attenzione

  6. mi sembra che qui però si esageri un pò in politichese parlando della democrazia in astratto senza andare in mezzo alla gente per strada… cara Jessica mi cascano le braccia quando per rinnovamento mi citi il sindaco di Firenze Matteo Renzi, il berluschino di sinistra, se citi lui è perchè o non lo conosci bene o hai un’idea molto diversa dalla mia sul rinnovamento della classe dirigente. Caro Stefano, spiegami perchè berlusconismo e “comitatismo” sarebbero la stessa faccia della medaglia… perchè francamento non l’ho capito. Che altro sono i partiti, anche i nostri bei partiti di massa, se non libere associazioni come i comitati? E gli attuali partiti non hanno forse meno organizzazione e meno presa degli stessi comitati?

  7. Renzi il futuro della sinistra? poveri noi… domandate ai fiorentini

  8. partecipazione mediatica si, ma non crediamo troppo a chi con mafia e giustizia ci fa tanti bei soldini come saviano e travaglio… la maggior parte delle cose che dicono sarà anche esatta ma dietro quali interessi.

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