Matteo Bianchi
L’atto finale del Congresso di Vienna, datato 9 giugno 1815, ridette all’Europa l’assetto precedente all’Impero napoleonico, restaurando in Italia gli antichi sovrani. Il ritorno di un passato greve, con le dinastie rovesciate a fatica di nuovo al potere, il Papa sul trono dello Stato Pontificio e il dominio austriaco riaffermato nell’Italia settentrionale, poté forse sembrare, a gran parte della popolazione, una realtà mentalmente sopportabile, ritrovate le pratiche quotidiane. A una congerie contraddittoria e anacronistica di piccoli regni, principati e domini stranieri subentrò così uno stato unitario che si impose sulle barriere interne della penisola, dando leggi comuni agli Italiani. Ma le fece davvero crollare? Il dibattito è aperto; con tutta probabilità i dissidi odierni sono i resti di allora, quando assai ristretta era la classe culturale trainante, la quale aveva a cuore il bene di tutti. Ciò nonostante, nel territorio scoppiarono subito sporadici, ma intensi fermenti di un’ansia rinnovatrice e trasformatrice, che si sarebbero presto diffusi dappertutto, dando vita ad una feconda irrequietezza, una lotta al presente del nuovo contro il vecchio.
In campo artistico ci fu una grande fioritura, spesso legata all’attività politica. Gli avvenimenti dell’epoca – di notevole impatto, anche perché implicavano un rinnovato sentimento d’identità nazionale – erano infatti tali da incidere profondamente sull’animo degli artisti, tanto da stimolare in molti di loro ispirazioni di intenso patriottismo.
Il senso dell’italianità in letteratura fu vissuto come profondo radicamento non solo ad una concezione di cultura, ma ad una forte consapevolezza di appartenenza (Dante lo aveva già sottolineato nel VI del Purgatorio e Petrarca nella canzone Italia mia, Rerum vulgarum fragmenta CXXVIII). La metafora del Paese, del luogo natio, delle radici supera la dimensione letterale del paesaggio geografico e diventa paesaggio dell’anima. Questo andare oltre, attraverso un viaggio di crescita interiore, grazie alle esperienze del vissuto è magistralmente narrato ne Le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, in cui gli orizzonti del protagonista si espandono dopo avere metabolizzato la dimora e i suoi dintorni. E il ritorno alle origini, che sia una semplice rivisitazione ad occhi aperti, o un intimo ricordo ancora pulsante e non digerito, in grado di arricchire l’esperienza di Carlino, non cesserà mai. Ed è proprio la memoria a legittimare le unioni nel corso della nostra storia; i contributi dei singoli si sommano tracciando un cammino comune che ripercorso diviene tradizione. La produzione letteraria si fa testimonianza di questo, costituendo un patrimonio immateriale. 
Quindi lo spirito del letterato nel periodo risorgimentale ebbe il merito di contribuire alla realizzazione dell’unità d’Italia; in modo particolare l’espressione poetica, in virtù delle doti di immediatezza, efficacia rappresentativa e schiettezza, e della capacità di coinvolgimento emotivo.
Si tratta di una poesia mossa da una passione veritiera e partecipata concretamente, dato confermato dai molti non professionisti del verso che si cimentarono e dai molti testi anonimi; fortemente musicale – spesso pensata per essere accompagnata dalla musica e cantata – ritmata, come le marce e le marcette, per lo più di forte e facile impatto, con evidenti intonazioni popolareggianti, destinata non soltanto a cerchie elitarie di intellettuali. Il secolo e mezzo abbondante che è trascorso, fa sì che le liriche in questione appaiano al nostro orecchio arcaiche e lontane. Ci troviamo di fronte a stili e forme che incarnano, dato il gusto all’epoca diffuso, l’ultima fase del neoclassicismo italiano, con l’utilizzo di modelli, simboli e accorgimenti dalle fonti greche e romane.
Dal punto di vista metrico e prima ancora prosodico, ma anche linguistico e ideale, la matrice della gran parte dei canti risorgimentali sta in Manzoni: i testi che esercitarono un incisivo e durevole influsso sui poeti politici a venire sono Marzo 1821 e i due cori di argomento nazionale delle tragedie, quello sulla battaglia di Maclodio de Il Conte di Carmagnola (a chiusa dell’atto secondo) e quello sul «volgo disperso» dell’Adelchi (alla fine dell’atto terzo), senza tralasciare il Cinque Maggio, dedicato alla riflessione storico-teologica sul genio napoleonico.
Analogamente a quella manzoniana, un’esortazione ai giovani intellettuali del 1847 arriva da Giovanni Berchet (esule dopo il tentativo insurrezionale del ’21) in All’armi! All’armi!, componimento in strofe di dodecasillabi (come il coro ricordato dell’Adelchi) scritto per i moti del 1831. Recuperati anche il Foscolo dei Sepolcri, con la sua religione laica dello spirito nazionale incarnato dai grandi italiani (su tutti il più recente, l’Alfieri) e canzoni quali All’Italia, Sopra il monumento di Dante e Ad Angelo Mai di Giacomo Leopardi.
Il volontario parte per la guerra della indipendenza di Carlo Bosi, testo sulla partenza dei volontari toscani per la Lombardia, fa parte di quella rosa di canti di materia dolorosa e insieme eroica, fornita a conclusione della Prima guerra di indipendenza dalla disperata resistenza di Roma e Venezia, e dal sacrificio degli eroi repubblicani. Intanto il ventiduenne Goffredo Mameli, che era tra questi, aveva scritto (1847) su musica di Michele Novaro quello che poi sarebbe diventato l’inno nazionale; il quale celebra cronologicamente fatti e personaggi emblematici di uno spirito indipendentistico pre-italiano manifestato nei secoli, dalla battaglia di Legnano contro Federico Barbarossa (1176) ai Vespri Siciliani del 1282, da Francesco Ferrucci capitano dell’esercito repubblicano che difese Firenze nel 1530 a Balilla, che suscitò la rivolta anti-austriaca a Genova nel 1746.
Pare che, dalle testimonianze pervenute, Arnaldo Fusinato avesse scritto alla vigilia della resa di Venezia, mentre Luigi Mercantini rese onore diversi anni dopo ai martiri della Repubblica Romana, in occasione di un anniversario nell’anno 1857, lo stesso della sfortunata impresa di Carlo Pisacane e dei suoi compagni, glorificata ne La spigolatrice di Sapri. Invece, Un soldato in congedo, del sempre efficace Mercantini, dimostra in modo esemplare come l’armistizio di Villafranca finì per strozzare la vittoria e le rivendicazioni italiane maturate nella Seconda guerra di indipendenza.
Con il tempo della riscossa, preparato dall’abilità diplomatica di Cavour, nacquero esortazioni in versi, quali Il volontario del 1848 che parte per la guerra del 1859 di Bosi, e l’anonimo e più popolaresco Inno della Guardia Nazionale, composto alla vigilia della guerra.
Forte è l’impronta dello spirito mazziniano e garibaldino nelle liriche del Risorgimento, destinato ad amare disillusioni subito dopo l’Unità (lo scontro dell’Aspromonte è del 1862, il ben più grave episodio di Mentana del 1867), mentre minoritario è l’elogio della corona sabauda, in Per una fanfara militare di Giovanni Prati, commissionata da Carlo Alberto nel 1843, o in Canzone di guerra del 1866 di Angelo Brofferio, alla vigilia della Terza guerra di indipendenza.
Garibaldi, soprattutto dopo la Spedizione dei Mille, è rimasto il personaggio più vivido nella fantasia popolare, com’è dimostrato dall’afflato in poesia; essendo l’unico a riscattare un poco l’onore italiano nella disastrosa Terza guerra di indipendenza tra la sconfitta di terra di Custoza e quella in mare di Lissa, egli diventò emblema della causa italiana. Infatti la giubba rossa a fianco della bandiera tricolore, sono simboli cantati frequentemente negli inni risorgimentali.
La letteratura è fatta di valori. Valori trasmissibili che durano. Nell’Ottocento, benché la classe dotta fosse ridotta, l’interesse per la propria patria e per la comunità, quale insieme di cittadini legati da una storia culturale vissuta, era intenso; oggi, nel nostro Paese sarebbe opportuno rianimare questo sentimento sano, ben diverso dai movimenti nazionalisti, per una maggiore solidarietà civile.
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Didascalia: manoscritto originale della prima stesura di Fratelli d’Italia, conservato presso l’Istituto Mazziniano di Genova.
Nel raro documento autografo che ci mostra la prima versione di Fratelli d’Italia, si noterà che il verso iniziale recitava «Evviva l’Italia» e non «Fratelli d’Italia», come risulta nella definitiva stesura del settembre 1847. Dall’autografo appare inoltre che, nell’impeto di scrivere quei versi, il poeta ha scritto «Iddio la crò» (e non «creò») e «Ilia» (invece di «Italia»).
Garibaldi apprezzò molto il furore patriottico di quella composizione. «Avete notato? – osservò in un suo scritto – nella quarta strofa c’è tutto quello che un italiano non dovrebbe ignorare della sua storia: Legnano, Gavinana, Portoria, I Vespri di Sicilia».
L’inno venne stampato e distribuito per la prima volta il 10 dicembre 1847. In quella occasione la tipografia Faziola omise di pubblicare la quinta strofa (quella dell’aquila d’Austria spiumata), nel timore di incorrere nelle rappresaglie dell’attenta polizia austriaca.
Matteo Bianchi



