Crepuscolo di un regime

di librovolante

Editoriale di Andrea Panerini

Non sappiamo cosa succederà in Italia nelle prossime settimane, mesi o anni. A molti di noi piacerebbe avere doni di profetismo politico a lunga scadenza ma realtà è che non sappiamo nemmeno cosa potrà succedere a breve e, nel grande mare mobile e contraddittorio che rappresenta molto bene il nostro paese in questa fase storica, qualsiasi profezia appare arbitraria e incerta.
Negli ultimi venti anni l’Italia è stata dominata non solo da un uomo – Silvio Berlusconi – ma da un modus operandi et cogitandi e da una impostazione etica – il berlusconismo – che ha sfibrato la struttura della nazione. L’attuale Presidente del Consiglio è stato dato per spacciato molte volte negli ultimi anni ed è sempre riuscito a risorgere dalle proprie ceneri politiche – complice una sinistra culturalmente debolissima e una coalizione progressista sommamente autolesionista – riducendo in cenere il paese che aveva l’ambizione di non-governare. Quello che è certo è che l’uomo Silvio Berlusconi, 75 anni, è in chiaro declino psico-fisico e non riesce più a dominare le proprie ossessioni e i propri vizi (che non sono solo quelli dell’alcova). E’ indubbio che entro un periodo di anni non altissimo l’uomo si ritirerà a vita privata per manifesta incapacità fisica nel continuare il cimento del governo. Quando questo potrà avvenire solo Dio ovviamente lo sa e ogni previsione è cabalistica, il personaggio – è stato evocato varie volte dalla stampa nazionale – non è tipo da farsi da parte di propria volontà e per il bene del paese, quantomeno se ciò non corrisponde al proprio interesse privato.
Al di là dell’uscita di scena dell’uomo, quello che preoccupa maggiormente per il futuro dell’Italia e della sua classe dirigente è l’incidenza socio-culturale di ciò che Berlusconi ha incarnato, nel suo simbolo più eclatante e spregiudicato e che viene definito comunemente “berlusconismo”. Si tratta di un neologismo molto in voga che rappresenta una sintetizzazione che può essere felice a livello giornalistico ma che non introduce il lettore nella complessità del fenomeno e non lo situa nella sua precisa collocazione storica. Come per il fascismo – e questo paragone non è peregrino – l’epoca berlusconiana non è una semplice parentesi nella luminosa storia d’Italia ma è – per dirla con Piero Gobetti – “l’autobiografia della nazione”, un movimento culturale degenerativo che prende le proprie radici in molteplici fattori plurisecolari. Lo spazio di un editoriale è troppo ristretto per poter svolgere un’analisi troppo dettagliata ma cercherò di elencare tre punti che reputo essenziali.
In primo luogo – nonostante le recenti, tardive e poco convincenti prese di distanza – è evidente che c’è un chiaro legame tra il fenomeno che analizziamo e il cattolicesimo vissuto in questo paese. Con questo non voglio mancare di rispetto ai tanti cattolici che vedono con ripulsa il nostro personaggio e che concepiscono la loro confessione in un modo alternativo al Vaticano. E’ evidente, tuttavia, che la tipologia di cattolicesimo prevalente – quello della Controriforma solo parzialmente corretta, quando è stata corretta, dal Vaticano II – non favorisce la nascita di una autonomia etica del cittadino, ma è nella sua essenza il pensiero di tenere le masse in uno stato di minorità tramite un paternalismo e un familismo che guarda all’uomo forte come a modello di governo non solo civile ma anche etico e religioso, non solo plausibile ma anche auspicabile. Questo atteggiamento permea la società italiana in profondità al di là del fatto che il singolo si dichiari cattolico o meno: anche un ateo che è pienamente integrato nella società nazionale è intriso di questo retroterra culturale che lo condiziona. E’ la tesi – da molti contestata ma che mi sento di appoggiare – della “Riforma mancata” che tanto ha appassionato uno storico come Giorgio Spini. L’assenza di un pluralismo religioso e la preponderanza nella vita sociale, politica e culturale di un soggetto – la Chiesa cattolica romana – che, anche quando la invoca, è la smentita vivente di ogni concetto di democrazia politica e di stato di diritto hanno come conseguenza che le basi della nostra democrazia sono estremamente fragili, proprio nel luogo del sentimento etico del popolo italiano.
La patria di cui abbiamo appena celebrato il centocinquantesimo dell’Unità è una nazione che è stata costruita dall’alto grazie a una serie di fattori complessi ma, in ultima analisi, soprattutto grazie al genio di un grande uomo di stato – il Cavour – e a circostanze internazionali favorevoli. Giuseppe Mazzini è il grande sconfitto del nostro Risorgimento, ma la sua sconfitta è stata la disfatta della coscienza nazionale del popolo, soffocato nella culla. Con i suoi limiti e difetti rimane il padre spirituale della nazione, un padre che la storia ha duramente contrastato e che – nonostante i ripetuti tentativi postumi di tirarlo per la giacca – è stato vieppiù emarginato dal mondo culturale e politico italiano. I movimenti politici che hanno tratto ispirazione dalla sua figura e dai suoi scritti sono stati quasi sempre minoritari e marginali nello scenario politico, nonostante le altissime figure espresse. L’Unità è stata conseguita – nonostante i propositi e i numerosi moti portati avanti dai movimenti democratici – attraverso un processo attivato, diretto e concluso dall’alto, sopra masse se non ostili (ma l’atteggiamento varia significativamente a seconda delle realtà locali) apertamente indifferenti e di fatto inerti. Al di là della grande retorica profusa nell’ultimo anno, è questo il grave peccato originale nella partenza comune dell’Italia contemporanea. La stessa idea nazionale è stata vista come estranea dalla grande maggioranza della popolazione – e questo spiega il ciclico esplodere di particolarismi e leghismi di vario genere – con notevoli eccezioni dentro il proletariato urbano settentrionale durante i moti del 1848/49: questo atteggiamento ha de-responsabilizzato il cittadino italiano nei confronti della patria comune.
Il terzo e ultimo elemento che voglio analizzare – ma come ho già scritto un’analisi sistematica richiederebbe maggior spazio – sono i conti che l’Italia repubblicana non ha saldato pienamente nei confronti del fascismo. Che la Repubblica sia nata dalla Resistenza e dal rigetto nei confronti del nazifascismo è indubbio. Ma la classe dirigente che questa nuova Italia ha espresso è stata in larga parte compromessa con il blocco sociale e culturale che aveva appoggiato il fascismo. Lo stesso maggiore partito di opposizione, il PCI, diventò una grande centrale di riciclaggio dei piccoli personaggi compromessi – soprattutto a livello locale – con lo sconfitto regime. La politica delle “porte spalancate” di Togliatti permise ai comunisti di diventare un partito di massa ma rimane uno degli aspetti più controversi della storia di una formazione politica che pure ha degli innegabili meriti nei confronti della democrazia italiana. D’altra parte la base socio-culturale di larga parte della dirigenza e dell’elettorato della DC coincise con il nocciolo duro che aveva sostenuto Mussolini durante gli anni radiosi del ventennio e in questa accezione non è completamente improprio un raffronto tra i democristiani italiani e il Partito Popolare spagnolo che ha raccolto l’eredità del franchismo. Non va inoltre sottovalutata la presenza istituzionale di un partito, il Movimento Sociale Italiano, che faceva direttamente appello all’esperienza dittatoriale e che ha sempre raccolto un numero non marginale di voti nelle elezioni politiche e amministrative. La sua presenza in parlamento, per quando ostracizzata ed esclusa da – come si diceva – “l’arco costituzionale”, era un simbolo tangibile del fatto che l’Italia aveva voltato pagina solo in parte. Il sistema politico della prima repubblica aveva saputo ovviare – almeno in parte – a queste debolezze grazie ad alcuni tabù radicati – come la partecipazione dei neofascisti alla maggioranza governativa (che infatti provocò rivolte di piazza e censure politiche nel 1960) – e alla qualità della classe dirigente uscita dall’antifascismo. Morti i maggiori esponenti di quest’ultimo, caduti i tabù, la discesa in campo dell’uomo Berlusconi ha esplicitato pulsioni populiste ed autoritarie che vengono da molto lontano e che sono crepitate sotto la cenere per cinquant’anni. Se questo movimento – che definiamo “berlusconiano” – non è sfociato in un regime aperto dipende sia dalla costruzione costituzionale che sapientemente è stata progettata nel 1946-47, che dalla contingenza storica internazionale, dissuasiva per qualunque aspirante costruttore di autoritarismo nell’Europa occidentale, grazie anche al processo di integrazione europea.
E’ evidente che il berlusconismo sia una forma di populismo che usa in maniera nuova i mezzi di comunicazione di mass post-moderni e che si lega ad essi in maniera intrinseca. Ma non nasce – come ho cercato di spiegare – dal nulla. La drammaticità di questo momento storico è acuita da un pensiero inquietante: non siamo affatto certi che, uscito di scena Berlusconi, uscirà di scena ciò che ha generato il berlusconismo, perché anche nel centrodestra ostile e alternativo all’uomo di Arcore vi è piena continuità con la traiettoria che ho illustrato, mentre nel centrosinistra la povertà di contenuti fa premio a una selva di aspiranti premier che non sanno nemmeno amministrare una città di medie dimensioni. La più grande vittoria di Berlusconi è stata – a mio avviso – l’aver berlusconizzato anche il centrosinistra che stenta a ritrovare identità culturale e radici storiche.
Quello che ho scritto in questo editoriale non è forse di una grande originalità, ma a volte è utile anche mettere in fila concetti non particolarmente innovativi per avere un quadro d’insieme della situazione, che nel nostro caso è molto difficile e intricata.
Solo con un rinnovato senso civico, con la consapevolezza delle proprie potenzialità ma anche dei propri difetti e con una serena analisi della propria storia – con le proprie grandezze e miserie – gli italiani potranno portare il paese fuori dalle secche in cui è stato trascinato da una classe politica misera e moralmente corrotta. Solo in un paese in cui, finalmente, la politica sarà vissuta come un servizio eticamente impegnativo nei confronti della comunità potremo dirci di essere veramente fieri di essere italiani.

Andrea Panerini

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s