Clara Guida*
Qualche anno fa ho scritto un breve lavoro su Platone. Il tema principale era la relazione tra il pensiero dei sofisti e lo sviluppo dei punti chiave del platonismo. In quella sede non mi ero occupata di “estetica”.
Tuttavia, di recente, mi sono capitati due episodi analoghi che mi hanno portata ad alcune riflessioni. Ma andiamo con ordine, il primo avvenimento è stato la conoscenza di un dottorando di lettere che, dopo un breve scambio di opinioni, ha concluso chiedendomi cosa pensassi del pessimo trattamento riservato ai grandi poeti ed alla poesia nella Repubblica. Il mio nuovo amico, molto preparato sui dialoghi e profondo conoscitore del loro contesto storico e letterario, vedeva in Platone uno dei più influenti detrattori dell’arte della storia del pensiero. Il secondo episodio, molto simile, è stato una conversazione con un conoscente che scrive recensioni letterarie per una rivista on-line. Quando ci siamo trovati a parlare di Platone, ha concluso con una forte critica al rifiuto platonico della letteratura, sottolineando come un esperto di letteratura non possa amare un pensatore che, parole sue, “condanna l’arte riducendola a cosa vana e di poca importanza” .
Questi episodi, tanto simili quanto vicini nel tempo, mi hanno portata ad interrogarmi.
Certo, non so quanto l’immagine di un Platone nemico giurato dell’arte sia effettivamente diffusa tra il grande pubblico. In ogni caso, visto che la messa al bando dei poemi dei “padri” costituisce un punto indubbiamente fondamentale dei dialoghi, l’alto grado di diffusione di questa idea non mi stupirebbe particolarmente. Quello che invece mi lascia non poco perplessa è il fatto che proprio uomini di lettere, quali dovrebbero essere un dottorando ed un critico, vedano in Platone un nemico dell’arte. Con questo non intendo affatto discriminare il cosiddetto “grande pubblico”. Questo termine, che di per sé non ha che determinazioni vaghe, non definisce una determinata categoria di lettori, ma si riferisce, piuttosto, all’insieme dei destinatari di quei prodotti culturali nati con lo scopo di essere fruiti dal maggior numero di persone possibile. Quello di “grande pubblico” è un concetto estremamente utile nel definire il lettore ideale, al quale certi autori si riferiscono nello scrivere le loro opere, tuttavia, quando si tratta di dire qualcosa sul lettore reale, questo concetto, oltre che essere inutile, può risultare fuorviante. Per questa ragione preferiamo parlare semplicemente di pubblico, di un insieme di fruitori non esperti, non tecnici, ma comunque caratterizzato da una enorme varietà interna, legata al diverso grado di cultura, alla diversità dell’esperienza, del gusto e così via.
Tornando a Platone, per rispondere ai miei amici “tecnici”, non posso fare altro che pormi proprio dal punto di vista del lettore comune, non esperto, ma semplice fruitore del testo. E questo perché, nel pensare al mio rapporto con Platone mi definirei prima di tutto una sua lettrice appassionata.
Così, pur potendo rispondere con un’analisi dei luoghi platonici in cui l’arte viene definita nella sua fondamentale funzione didattica e pedagogica, direttamente legata alla nascita del senso morale e riservata, proprio per la sua potenza, ad un uso e ad una gestione politica, non mi spingerò su tale terreno. Anche se una risposta basata sull’analisi del testo avrebbe maggiore rilevanza argomentativa, lascio ai filosofi questo compito.
Le righe che seguono non vogliono fornire dimostrazioni analitiche a suffragio di una tesi particolare, ma presentare un punto di vista spesso trascurato dalla ricerca accademica e, cioè, il punto di vista del lettore semplice, scevro da qualsivoglia intenzionalità analitica e scientifica.
Nondimeno, sono profondamente convinta che, pur essendo priva di cogenza argomentativa, tale prospettiva consenta di mettere in luce la debolezza della tesi che fa di Platone un nemico dell’arte in modo immediato e genuino.
Il punto centrale della questione risiede nel fatto che Platone, pur mettendo al bando i poemi dei padri dalla sua kallipolis, è stato e resta uno dei più grandi letterati di tutti i tempi. Anzi, nelle opere dei primi periodi, l’arte diviene il linguaggio privilegiato per comunicare la filosofia e, soprattutto, per confutare i propri “avversari”. Si pensi, tanto per fare un esempio, alla prima parte del Protagora. In questo dialogo, che non ha nulla da invidiare alla commedia aristofanea, la critica dei sofisti parte, molto prima dell’inizio del vero e proprio dialogo socratico, già con la descrizione dei personaggi, con la messa in evidenza dei tratti comici, per non dire ridicoli, che li caratterizzano.
Un altro esempio, di natura diversa, può essere quello dell’Apologia di Socrate che, nonostante da diversità del lessico e lo stravolgimento dei canoni classici, si chiude con i toni tragici che accompagnano la morte dell’eroe. Ancora, nel Gorgia, la strenua difesa della filosofia, operata da Socrate contro l’erista Callicle, trasmette un ardore che, per certi versi, rimanda alla lirica più che alla dialettica. Non possiamo, in questa sede, enumerare i tantissimi luoghi in cui i dialoghi platonici ci riportano direttamente all’espressione artistica, se ne trovano infatti in quasi tutte le opere. Quello che ci interessa fare è invece sottolineare come il testo platonico, ben lungi da essere un testo unicamente filosofico, abbia un elevato valore artistico.
Platone era un filosofo e scriveva di filosofia ma, se si volessero sottrarre dalle opere tutti i contenuti puramente speculativi, quello che resterebbe sarebbe ancora moltissimo, cosa che non potrebbe mai avvenire con un Aristotele, un Kant e tanti altri.
L’importanza assunta dall’arte per Platone può essere dimostrata attraverso argomentazioni basate sull’analisi del testo, ma la prima prova a favore di questa ipotesi può certamente fare a meno di qualsiasi analisi. È sufficiente leggere i dialoghi per capire che proprio quel nemico giurato dell’arte è stato uno dei più grandi artisti del proprio tempo.
Perciò non c’è troppo da meravigliarsi se, pur negandole la funzione dimostrativa, conoscitiva e direttiva, Platone, che riconosceva invece all’arte un ruolo fondamentale nell’educazione, non esitasse a fare dell’arte il principale strumento di comunicazione e persuasione a cui affidare il proprio pensiero.
Tornando agli episodi da cui è partita mia riflessione, quello che più mi ha stupita è come proprio delle persone che, per la loro competenza specifica, dovrebbero essere in grado di riconoscere il valore artistico di un’opera letteraria, interpretino il rapporto tra Platone e l’arte senza minimamente tenere in conto entrambi i volti del testo platonico.
L’alta faccia delle opere di Platone, che pare occultarsi dinnanzi all’analisi del testo, è, di contro, ben percepita dalla maggior parte dei lettori comuni, siano essi “consumatori” del prodotto letterario o simpatizzanti del pensiero filosofico. Anzi possiamo a buon diritto affermare che Platone sia uno dei pochi filosofi i cui testi possano essere apprezzati anche da coloro che non hanno alcuna propensione alla filosofia. E se questo è possibile è proprio perché, oltre ad essere opere filosofiche, i dialoghi sono vere e proprie opere d’arte, apprezzabili in quanto tali attraverso un’esperienza estetica.
In ultima analisi, quello che mi ha dato da pensare è stata l’incapacità di due grandi amanti e conoscitori della letteratura di percepire l’arte in Platone, la loro incapacità di fare riferimento, o quantomeno di chiamare in causa, la bellezza del testo platonico.
Certo sicuramente entrambi davano per scontata l’appartenenza di Platone al campo della letteratura, ma questa conoscenza è rimasta sempre sullo sfondo, fuori dalla coscienza e dall’esperienza di lettura a cui i loro discorsi rimandavano attraverso i riferimenti al testo. Analisi, scomposizione dei concetti, schemi utili alla comprensione sono stati gli unici risultati della lettura emersi durante le nostre conversazioni.
Così, se è vero che lo studio dei testi filosofici è inseparabile dalla loro comprensione, è anche vero che la lettura di un testo letterario non ha come fine principale la comprensione e, anzi, molte volte il tentativo di comprendere la letteratura finisce per snaturarne i prodotti.
Il testo platonico è innanzitutto un testo filosofico e, come tale, deve essere studiato, ma oltre a ciò quello stesso testo è anche letteratura e, come tale, può essere esperito. E, se è possibile lasciare la letteratura ai margini del pensiero di Platone, non è possibile farlo per ciò che riguarda le sue opere.
*Laureata a pieni voti in Filosofia, presso l’Università Federico II di Napoli, ha studiato con il prof. Giovanni Casertano, insieme al quale si è dedicata principalmente allo studio dei testi platonici e al rapporto tra Platone, i sofisti ed i presocratici. Dopo la laurea si è dedicata all’ideazione ed alla realizzazione di progetti, riferiti principalmente a tematiche artistiche e storiche, per le scuola secondaria. A partire dal 2010 si è dedicata a ricerche storiche riguardanti lo sviluppo dei paesi limitrofi alla città di Napoli. Nel 2011 ha diretto curato, insieme con la dott. Marilena Borzacchiello, la stesura e la pubblicazione di un breve saggio sulla storia di Casalnuovo di Napoli, intitolato Alla scoperta delle radici, realizzato dagli allievi dell’Istituto Comprensivo Aldo Moro.



