Nicola Lotto
Si entra nel teatro attraverso il mondo, mondo che è sacro, mondo che è imperfetto, si entra nel teatro attraverso la consapevolezza di una bruttezza indistruttibile. La bruttezza della vita. Si abbraccia questa bruttezza e si dimentica ciò che è bello. [...] Non vorrei dare pièces di dolore, di problemi, di idee difficili, ma di gioia, piacere, riso, esultanza, non risate crudeli, niente satira, ma gioia. Ma è faticoso provare gioia, e quindi ancora più faticoso conoscere la gioia, quando si è pallidi e il mondo è estraneo e moribondo. Desiderio di un teatro diverso, che valga ciò che siamo realmente, speranza che il teatro cambierà, ma quel che vogliamo davvero è cambiare noi stessi, cambiare tutti insieme, e che cambiando cambi il mondo.
(JULIENE BECK)
Dallo studio etimologico del termine Teatro emerge la parola latina Theàtrum, che deriva a sua volta dal lemma greco Theatron che indica il luogo destinato agli spettacoli e derivante da Theaomai, che denota l’atto del guardare, la vista. Quello che emerge da questa descrizione è la constatazione che il Teatro si manifesta sempre in presenza di una percezione, l’atto della visione è quindi fondamentale ed il pubblico che assiste ad una qualsiasi rappresentazione teatrale è parte integrante dello spettacolo stesso perché il teatro nasce e si sviluppa in seno ad una collettività e questo è lo specifico di un’arte eletta che propone la condivisione del pubblico come società che assiste ad uno spettacolo ma anche la riflessione privata e doverosa, l’empatia di uno spettatore affascinato dalla finzione scenica ma anche la necessità di una presa di coscienza critica che si sta assistendo ad una rappresentazione, ovvero ad una finzione che non vuole sostituirsi al reale ma che vuole studiarlo cercando di dispiegarlo e spiegarlo in tutte le sue tensioni e complessità.
Se guardiamo al Teatro occidentale notiamo come questo si sviluppi anche con una certa ritualità, in occasione di eventi religiosi, proprio per unire una collettività attraverso una rappresentazione artistica e rendendola partecipe alla celebrazione dionisiaca, di notevole importanza per la popolazione greca del V secolo a.C. Per la loro antica società andare a teatro era molto più di un semplice intrattenimento o evento artistico, era bensì l’occasione per trovare un’intesa di comunione reciproca con la comunità di appartenenza. Partecipare al teatro nell’antica Grecia era un fatto collettivo, la collettività assisteva alla messa in scena dei valori su cui faceva perno tutta la sua cultura. Al tempo della polis si dava maggior importanza non all’individuo ma alla collettività: il valore più importante da proteggere era il forte senso di unione e comunione. In particolare, ricordando che quella greca era una società religiosa e rituale, lo scontro uomo-dio, le punizioni divine e i deus ex machina, che risolvevano tutte le situazioni, erano scene comuni nelle rappresentazioni. Questa breve precisazione storica serve a rendere noto come il teatro sia collegato imprescindibilmente ad una collettività, è per questa che prende vita e in base alle sue esigenze si forma e si manifesta.
Nel corso dei secoli l’attività teatrale è cambiata radicalmente, non c’è più stato un teatro simile a quello delle origini, ovvero capace di riunire un’intera società sotto il nome di principi saldi e ben condivisi ma di certo il teatro si è sempre confrontato con il mondo con il quale si è trovato a vivere. Intendo sostenere che inevitabilmente l’arte teatrale deve fare i conti sempre con un pubblico che è condizione senza la quale il teatro non esisterebbe affatto e che è rappresentante della società in cui si sta operando. Si prospetta l’idea di un teatro scritto e rappresentato per una società quindi, o più semplicemente l’idea di un teatro consapevole di andare in pasto ad un pubblico più o meno colto, più o meno sensibile ai temi trattati e agli stili usati ma di sicuro presente, deluso e critico a volte, intontito e affascinato altre ma comunque presente, in qualità di rappresentante della società e del mondo stesso. Un mondo imperfetto e troppe volte infelice che proprio nel teatro trova una risonanza importante, che proprio nell’arte si palesa e si mostra in tutta la sua bellezza e in tutta la sua crudeltà. Ma se è vero che l’umanità ha dato spesso prova delle sue debolezze e delle sue disarmonie è altrettanto vero e significativo che non sono mai mancate, dalle ceneri, le forze per trovare -anche fosse solo utopisticamente- una nuova speranza di rinascita e una nuova gioia da condividere. Il teatro, a mio avviso, ha sempre saputo e saprà ancora interpretare il mondo in tutte le sue caratteristiche, farsi portavoce di una società mutevole perché in continuo cambiamento, denunciare le bruttezze del mondo auspicandone un superamento, indagare veramente a fondo le inquietudini e le paure, le meschinità e i disagi dell’uomo moderno. Il teatro allora si nutre del mondo e ne delinea le forme, ne cura i lineamenti ma non lo culla con passività, lo denuncia e lo incolpa se necessario, ed essendo esso stesso mondo, si denuncia e si incolpa e se necessario muta, cambia stili e rotte, cambia luoghi e pubblico, si fa politico e pungente o consolatorio e fedele, permette l’abbandono e la rilassatezza o può assestare elettriche scosse vitali. In questo senso ho trovato interessanti nel sottolineare il rapporto fra teatro e mondo, le parole del regista e attore statunitense Julian Beck, fondatore insieme alla moglie del Living Theatre nel 1947. Si intuisce che Beck soffre innanzitutto per la condizione dell’uomo ma è anche consapevole che il teatro nasce proprio da quella condizione, non è possibile creare arte gioiosa se non si è circondati almeno da una scintilla di gioia. In questo senso cambiare il teatro non è una semplice questione di stili o di forme ma significa cambiare veramente la vita degli individui e influire direttamente sul mondo.



