Storia di un impiegato d’amore precario

di librovolante

racconto di Vanessa Lorusso*

Paolo era nato in una fredda sera d’inverno, in un giorno anonimo dei primi anni ’80. Per tutta la sua infanzia era cresciuto credendo alla poesia delle favole, alla potenza degli sguardi amici, al senso di libertà di una corsa nei prati, alla grandezza della natura in ogni suo ciclo stagionale. Ancora ragazzetto aveva deciso di iniziare subito il suo lavoro d’impiegato d’amore. Di questo lavoro sapeva poco, perché, in verità, l’amore era una professione del tutto sconosciuta per lui. I suoi genitori lavorarono per diversi anni come soci svolgendo saltuari lavoretti occasionali di compagnia reciproca, e la loro non era mai stata una collaborazione fruttuosa. Per lui, dunque, la professione d’amore non solo era un’isola sconosciuta, ma era addirittura un salto nel vuoto senza paracadute. E così mosse i primi passi, inconsapevole, per cercare di imparare ciò che fino ad allora aveva sentito solo mormorare da quei pochi che avevano finalmente trovato un posto fisso nel settore. Trovò solo impieghi occasionali o a tempo determinato, che spesso finivano con una porta chiusa alle spalle, talora anche bruscamente. Approdò quindi in quella che era ritenuta la più seria delle aziende del settore, ma a quel punto la sua inesperienza, figlia di tutti i precedenti insuccessi, lo colse impreparato e rassegnò le sue dimissioni, per non deludere chi, con tanta grazia, gli aveva dato una così ghiotta occasione di riscatto professionale.

Seguirono mesi di stasi in cui Paolo prese una grande decisione: prepararsi all’amore cercando di abbandonare tutte le sue insicurezze. Amare, si sa, è un lavoro d’arte che però deve trascurare la perfezione, è una questione di equilibrio tra il dare e l’avere, è partecipazione, è misurarsi con i propri limiti, affinare la capacità di ascolto e di messa in discussione, amare è soprattutto dedizione: non si può immaginare di voler essere dediti al lavoro d’amore per più aziende, perché solo una rispecchia tutti gli ideali di rispetto per la professione. Era questo che voleva per sé. Durante la notte, prendeva dal cassetto della scrivania la sua anima (il suo più importante strumento da lavoro) e con una lima smussava gli angoli più spigolosi, leggeva i suoi segreti e i suoi desideri e ciò divenne il suo bagaglio formativo, su cui più di tutto, risultavano determinanti le esperienze passate. Era pronto al lavoro d’amare. Per giorni sfogliava riviste con richieste di lavoro, ma nessuna cercava un impiegato d’amore. Era evidente che negli anni quel settore aveva subito più di tutti la crisi: tutto era iniziato da un brutto scivolone dei titoli in borsa sulla “comunicazione” e del crollo di quelli chiamati “fiducia”, “fedeltà” e “verità”. Ma il maggior responsabile fu, senza ombra di dubbio, il signor Egoismo, grande imprenditore dalle fauci larghe, che con le sue fabbriche di solipsismo, venduto a buon mercato, s’era fatto un gran nome e aveva piegato il settore produttivo dell’amore vero. Paolo non demorse: cercò per mesi tra quelle pagine di quelle riviste, tra i siti a cui s’era iscritto la sua grande occasione. Finalmente approdò nell’unica vera azienda in cui avrebbe investito tutte le sue energie. Dopo mesi di estenuanti colloqui e prove tecnico-pratiche di “resistenza alle difficoltà”, di “pazienza nell’attesa” e di “comprensione”, ottenne un contratto a tempo determinato di un anno. Passò un anno lavorativo in quell’azienda e Paolo vide crescere la sua carriera in un modo che egli stesso non poteva prevedere in maniera così rosea e che gli valsero il rinnovo del contratto. La titolare dell’azienda era soddisfatta di lui, tutto prometteva un contratto a tempo indeterminato. Accadde invece che il perfido Egoismo, aiutato dalla ben più potente e perfida signora Paura, convinsero la sua titolare a tagli drastici del personale, dato che loro, meglio di chiunque altro, avrebbero avuto il potere di far affondare nell’oblio quella piccola e operosa azienda e la sua titolare con essa. La prima persona che fu licenziata fu proprio Paolo che, sfiduciato, abbandonò la professione d’impiegato d’amore e si mise in proprio costituendo una società di Ricostruzione della Personalità. Pentita di aver licenziato la punta di diamante della sua impresa, la sua ex datrice di lavoro lo ricontattò ponendo però specifiche condizioni: contratto a progetto, stipendio quasi dimezzato e nessuna garanzia futura, nessuna copertura previdenziale in caso di licenziamento, nessuna possibilità di costruire una casa, una famiglia. Paolo accettò, come chi spera sempre che il suo mestiere sia un giorno valutato come una necessità per l’azienda piuttosto che un plus di scarsa rilevanza. Paolo accetta il precariato, ma purtroppo non è il solo, perché in tempo di crisi c’è chi svende la sua mano d’opera al miglior offerente, chi di aziende d’amore s’augura il fallimento totale, chi lavora a nero in imprese che si fanno concorrenza sleale. Oggi la crisi ce l’abbiamo nell’anima e non abbiamo nessuna manovra finanziaria che ci indichi la via. Oggi i verbi non si coniugano più al futuro, perché abbiamo ammazzato l’utopia, il coraggio, perché abbiamo barattato “la cosa più importante” per “quella più facile”. Oggi un precario stringe una penna e macchia di nero le sue paure d’ instabilità. Un precario tra tanti. Quel precario che nello specchio riflette la mia immagine.

* barese, laureanda in Infermieristica presso l’Università degli Studi di Bari. Attenta ai problemi socio-politici e culturali, si dedica anche alla critica musicale e cinematografica e alla scrittura creativa.

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