Recensione di Ada Prisco*
Giuseppe Mazzini, Dal Concilio a Dio e altri scritti religiosi, a cura di Andrea Panerini, Claudiana, Torino 2011
Affrontare il viaggio nei testi prodotti da Giuseppe Mazzini e raccolti in questo volume risulta particolarmente opportuno nell’anno che celebra i 150 anni dell’Unità d’Italia. Nel compiere questo tragitto, lungo il quale si acquisisce la consapevolezza della distanza che ci separa da questa pietra miliare del nostro Risorgimento, sono preziose sia la guida del curatore, Andrea Panerini, studioso di storia contemporanea, sia la prefazione al libro di Paolo Ricca, pastore valdese e già professore di Storia della Chiesa presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma.
La raccolta include 3 saggi scritti in un italiano appassionato del 1800 non sempre di facilissima lettura, ma sempre prova inequivocabile del fermento culturale dell’epoca: Dal Papa al Concilio (1832), Dal Concilio a Dio (1870), Dubbio e fede (1862); a questi si aggiunge la breve e struggente Preghiera a Dio per i piantatori, scritta da un esule (1846), che Mazzini scrisse su richiesta di William Shaon come intervento nel dibattito in corso negli Stati Uniti sull’abolizione della schiavitù (i «piantatori» sono infatti i proprietari terrieri che piantavano cotone utilizzando schiavi di colore).
La brevità del libro (110 pagine comprensive di prefazione e premessa) può trarre in inganno. Al lettore si presenta come un denso concentrato di idee. Per parlarne entrando in alcuni contenuti, si è comunque facilitati dal ritorno ricorrente, più o meno esplicito, di tre idee chiave inanellate fra loro ed enunciate nel programma che «la Morale fa agli uomini», laddove, con un artifizio letterario, lo scrittore immagina che la Morale stessa prenda la parola. Dio, Progresso, Umanità (tutte con l’iniziale maiuscola nell’originale, come si legge): è a queste parole che è necessario applicarsi per orientarsi negli scritti, ricordando che il loro senso scaturisce dall’ambiente storico e culturale che le ha generate e non trascurando che da ognuna può scaturire interesse ancora attuale.
L’idea di Dio pervade ogni respiro di queste pagine riempite con un linguaggio marcatamente religioso. Si tratta, però, di un Dio insofferente alle categorie offerte dalle tradizioni religiose. Si rifà, in linea generale, al Dio della Bibbia, libro che viene citato e che viene espressamente giudicato un «libro aperto», che, cioè, non ha smesso di parlare, perché la rivelazione, secondo Mazzini, non si compie in Gesù Cristo, ma continua incessantemente per la strada che segna il cammino dell’umanità, lungo il quale Gesù di Nazaret è stato un profeta importante, ma non certamente la pietra angolare professata dal Credo niceno-costantinopolitano come «Dio vero da Dio vero generato non creato della stessa sostanza del Padre». Ci troviamo di fronte ad una considerazione completamente diversa della sua valenza rispetto alla lettura teologica cristiana.
Il Dio mazziniano è nuovo e precorre per certi versi i tempi, dando sfogo a una religiosità dai tratti sincretistici, ma anche originale perché a servizio di un fine storico.
Apprezza la visione ebraico-cristiano del Dio creatore che si comunica al mondo. Afferma, però, che Dio non si può imprigionare in «un angolo dell’Universo», né in un momento del tempo. Rivisita completamente la figura di Gesù, lo elogia come apostolo dell’unità della legge, fondatore di un’epoca emancipatrice dell’individuo, profeta dell’uguaglianza delle anime… fratello migliore di noi ammette che sia da venerare, ma non da adorare.
Fondamentalmente questo padre spirituale del Risorgimento italiano apprezza tutte le forme storiche della religione, perché nel periodo in cui sono sorte hanno svolto una “funzione” utile in quel preciso momento.
E le critica tutte per lo stesso motivo, la forte e anche interessata miopia nell’ostinarsi a non voler guardare più in là di se stesse, per capire che il disegno di Dio è sempre oltre. E questa intuizione è senz’altro interessante e da tenere in debita considerazione sempre. Come è altrettanto curioso che Mazzini s’interessi all’anelito religioso dell’Oriente, così più libero da strutture, tanto attento alla “ruota” della vita segnata dal tempo, alle trasformazioni, allo spirito che pervade la realtà e la fa uno con l’universo.
Tutt’altra cosa dalle chiese storiche che, istituzionalizzandosi, tendono a cristallizzare anche l’idea stessa di Dio.
Com’è facile immaginare, Mazzini non risparmia strali al cattolicesimo cogliendo nel papato l’obiettivo prescelto.
Il papato è giudicato ormai sordo all’urlo incalzante dei tempi, incapace di amore verso l’umanità (a pag. 66, scrive: «La vita è amore; voi non sapete più amare; la parola del vostro capo non suona che gemito di delusione»), ed è, quindi, appiattito sulla negazione, tanto da diventare tacito incoraggiamento al materialismo.
Pio IX, papa del tempo, suscita, a suo giudizio, dolore e pietà.
Il nostro autore cerca di analizzare la storia e riconosce la causa remota della caduta morale del papato fin da Lutero, non richiamandosi, però a un criterio spirituale, bensì territoriale.
Successivamente la sua lunga e articolata invettiva si svolge alla luce dei cavalli di battaglia del programma mazziniano. Il papato non è più segno di unità, se non apparentemente, rimane tragicamente fuori dalla missione che lega la storia al popolo nel disegno della Provvidenza. La religione nelle sue definizioni concrete e lo stesso papato appaiono sempre funzionali alla religione «che è l’umanità», che, «unita», si coinvolge nel progresso. Ed è un principio eterno che si serve di istituzioni di volta in volta adeguate ai tempi, ma destinate tutte a scomparire, per lasciare in primo piano Dio, umanità e progresso, come altrettanti cerchi concentrici, inesistenti o inefficaci l’uno senza l’altro.
Mazzini è profetico quando parla di un Dio nella storia ed è straordinariamente attuale quando addita all’Italia una responsabilità di non poco conto nell’equilibrio dell’Europa.
Giuseppe Mazzini riconosce un enorme talento etico e, quindi, civile, al cristianesimo, che ha instillato il valore dell’uguaglianza, la bontà dell’associarsi. Ha così adempiuto alla sua funzione di base ad un progetto più ampio e politico nel senso lato del termine (egli scrive: «la religione e la politica sono inseparabili», p. 47). Nelle incarnazioni storiche ha poi finito con lo sforare i suoi confini: del cattolicesimo Mazzini decreta la morte, ma non vede di buon occhio nemmeno le chiese protestanti, nate dal desiderio autentico di rimediare alla «corruzione del cattolicesimo», ma divenute poi eccessivamente votate all’individuo e parcellizzate fino a dare, come egli dice, «spettacolo di anarchia».
Svuotato di ogni contenuto teologico caratterizzante, Dio in Mazzini è ordinato alla storia, manifesta il suo volto nella storia, un volto destinato a cambiare continuamente i suoi tratti per servire la causa del progresso e insegnare al suo popolo a corrispondere alla sua chiamata, elevando se stesso, non tanto con la catarsi del dolore, che tanta fortuna ebbe specie nell’800, quanto piuttosto attraverso l’impegno sociale.
L’umanità gode secondo Mazzini di una statura eccelsa che la vuole protagonista naturale di una religione civile sulla scorta delle grandi battaglie ideali che hanno segnato la modernità in Occidente.
Gode, inoltre, l’umanità di un filo diretto con Dio, non necessita di alcuna mediazione, nemmeno di quella di Gesù. Qualunque istituzione si arroghi questo titolo è usurpatrice. E’ lo spirito dei tempi a veicolare il volere di Dio, non le istituzioni ecclesiastiche, non le strutture delle chiese.
L’Umanità, nel rispetto della migliore tradizione romantica, è vista come soggetto della storia, è imparentata a doppio con la categoria di popolo che nella storia è chiamato a svolgere una missione in quanto soggetto collettivo unitario. Per questo ogni accentuazione moderna sull’“individualità” a sé stante risulta profondamente estranea al pensiero mazziniano. L’umanità non è mai sganciata dal mondo, nell’atteggiamento superbo dell’ascesi ma calata in profondità dovunque sia anche solo l’ombra di un essere umano.
E’ soggetto di pregevole nobiltà, perché custodisce dentro di sé il divino che si rivela,, quindi possiede la capacità innata di percepirlo.
Il progresso è la cifra per eccellenza di questi scritti. Dio, la religione, l’umanità, tutto nella visione di Mazzini è “in progress”.
L’umanità vive in una continua spirale verso mete sempre più alte che ha in sé la capacità di raggiungere.
Nel progresso Mazzini identifica la rivelazione continua di Dio, con ciò imprimendo in esso una linfa autenticamente religiosa.
* insegna Storia delle religioni alla Facoltà teologica cattolica della Puglia



