Solo il conflitto sociale potrà essere un antidoto all’incombente postdemocrazia
editoriale di Rossano Pazzagli
La finanza non può essere lo specchio della società e i mercati finanziari globali non possono determinare il destino politico delle nazioni. Quando ciò avviene, come nell’Italia attuale, vuol dire che siamo di fronte a un modello degenerato dell’economia e ad una totale debacle della politica intesa come interprete dell’interesse pubblico e collettivo. È la postdemocrazia al potere.
Il passaggio dal governo Berlusconi al governo Monti costituisce un terreno di analisi eccezionalmente ricco e rivelatore dei caratteri di quella degenerazione, degli effetti di un capitalismo distruttivo sul piano sociale e ambientale di cui forse non ci rendiamo ancora sufficientemente conto. Ci vorrà un po’ di tempo prima di disporre di analisi metodologicamente corrette sul valore paradigmatico e rivelatore di tale passaggio.
Per ora prevale tra gli italiani il conforto amaro di non essere più governati da Berlusconi, l’illusione pia di aver arginato in un colpo solo il dilagare del berlusconismo. Sul primo aspetto la soddisfazione è legittima: non avere più alla presidenza del Consiglio un ricco personaggio implicato da sempre in numerose inchieste giudiziarie, screditato agli occhi del mondo e divenuto imbarazzante perfino per gli stessi sentimenti dell’identità lunga degli italiani, che pure non sono un modello di rigore etico, è certamente un fatto da salutare con manifestazioni di giubilo.
Ma la gioia è stata giustamente contenuta, come se prevalesse fin dall’inizio il presentimento di tempi ancora più duri. È certo, comunque, che dopo un governo come quello non ci voleva molto a metterne in campo uno di maggior profilo: al cospetto di certi ministri e ministre dell’esecutivo perduto, molti semplici cittadini avrebbero fatto migliore figura. Il profilo certamente elevato di Mario Monti e della maggior parte dei suoi ministri, sottolineato dalla stampa e dai commenti della comunità internazionale, ha creato un pericoloso stato di subitanea soddisfazione nell’opinione pubblica italiana, che ha visto in questa compagine governativa e nell’immagine stessa del Presidente del Consiglio il riscatto e la possibilità di non essere più un paese deriso. Una condizione positiva e pericolosa, benedetta dall’asse Napolitano-Bertone. Positiva per i motivi che abbiamo detto; pericolosa perché rischia di rendere la strada più facile, nella società e nella politica, ad un programma che nel suo insieme non significherà “rigore e equità” – come viene presentato e mediaticamente amplificato – ma piuttosto un ulteriore e per certi aspetti finale attacco ai diritti, all’ambiente, al lavoro, al welfare state nel suo complesso.
A tanto siamo arrivati. Non è colpa di Monti, ma non pensiamo che egli sia il primo presidente del rilancio italiano; Monti è piuttosto l’epigono, forse non l’ultimo, di una lunga fase politica neoliberista (o ipocritamente tale) iniziata a livello occidentale con Ronald Reagan e Margareth Thatcher e a livello italiano con Bettino Craxi, sorretta dall’abuso crescente della comunicazione mediatica e dallo svuotamento degli istituti partecipativi. Il ventennio berlusconiano, poi, ha interpretato in Italia questa fase, accentuandone i caratteri più scialbi e dirigisti, instaurando un regime postdemocratico reso possibile dalla profonda crisi della rappresentanza e dal contemporaneo dissolversi della sinistra, sempre più incapace (malgrado alcuni intermezzi governativi) di contrapporre al credo liberal-liberista una visione realmente alternativa della società e dell’economia.
Se lasciamo per un momento da parte la necessità indiscutibile di una ripresa dell’immagine dell’Italia, sia a livello internazionale che interno; se spogliamo cioè l’era Monti del suo sgargiante vestito da ballo con cui si è presentato al debutto, si può scorgere facilmente un corpo di ben altre fattezze, mosso da un disegno nel quale la politica come strumento di rappresentanza del paese e degli interessi collettivi viene ulteriormente estromessa. Non è un caso che il governo sia nato al di fuori dei partiti. Non tanto per scelta, quanto per la evidente incapacità di questi ultimi di formare un governo e perfino di presentarsi ai cittadini andando alle elezioni.
L’unica consapevolezza che i partiti hanno manifestato in questo frangente è stata proprio quella di essere impresentabili. È già qualcosa, visto che fino ad ora erano stati solo in grado di bollare di ‘antipolitica’ tutti coloro che si permettevano di criticarli, ma è un po’ poco rispetto al ruolo che la Costituzione gli riconosce.
Lo stucchevole unanimismo iniziale (a parte la Lega) non potrà consegnarci altro che lo spettacolo misero di una continua serie di imbarazzi e di lacrime di coccodrillo di un partito o dell’altro di fronte alle misure che il governo Monti ha cominciato a varare. I partiti, almeno quelli più grandi, si sono rivelati interpreti incapaci della fase che il paese sta vivendo, soggetti ricolmi di tatticismi con la presunzione di rappresentare una società che si ormai dimenticata di loro. Perfino Berlusconi si sentirà un po’ sollevato di non dover essere lui a fare il lavoro sporco. Ciò gli consentirà probabilmente di ripresentarsi quasi come una verginella alle prossime elezioni, attribuendo a Monti la responsabilità del malcontento che nel frattempo sarà cresciuto nella società, tra gli elettori colpiti dalle misure sulle pensioni che impediranno ai giovani di entrare nel mondo del lavoro, dal caro-benzina che già sta raschiando le tasche degli italiani, dalla mancanza di misure in difesa della scuola pubblica e dell’ambiente, dalla incapacità di dare seguito ai risultati dei recenti referendum popolari sull’acqua e sul nucleare, dalla mancata riduzione delle spese militari. E potremmo, potremo purtroppo continuare.
Quello del governo Monti sarà un disegno sostanzialmente conservatore, tendente a restaurare – per convinzione e per il profilo stesso dei suoi ministri – il sistema economico attualmente in crisi: quello della crescita al posto dell’equilibrio, della competizione al posto della solidarietà, della finanza al posto della produzione, del potere delle lobbies al posto della partecipazione democratica, del globale al posto del locale.
Tutto questo – si dice – per rispondere all’Europa. Ma quale Europa? A me pare che si parli soprattutto della finanza europea, della banca centrale e dei mercati. In realtà si parla pochissimo di Europa, perché anche il progetto europeo è nel mezzo di una grave crisi: senza una costituzione, con un parlamento europeo di fatto insignificante, una commissione europea non eletta e solo espressione dei singoli governi, con palesi divisioni interne tra le quali spicca l’Inghilterra. Stupisce il silenzio su questo e l’enfasi sui mercati finanziari.
Il governo Monti è nato sotto la stella della finanza, senza un progetto di cambiamento italiano. Al momento l’unico vantaggio è che Berlusconi non sia più al potere. Per il resto, cambiano gli interpreti, ma la linea resta quella di una progressione della postdemocrazia e di un progressivo esautoramento della politica, con il dispregio della partecipazione la fine di ogni efficace rappresentanza.
Non resta che sperare in una forte ripresa creativa e creatrice del conflitto sociale e la formazione di nuovi soggetti in grado di riassumere un ruolo nella partecipazione e nella rappresentanza dei cittadini e dei territori. Parlo di quel conflitto tra le classi sociali e tra queste e i governi al quale già Machiavelli attribuiva il valore creativo della libertà e del benessere, specialmente nelle fasi critiche. La crisi non va risolta, ma attraversata; non abbiamo bisogno di un governo che illuda ancora il paese su nuove stagioni di crescita, che insegua gli stessi paradigmi che hanno provocato la crisi, ma di una leadership umile e capace di gestire al meglio il declino di un sistema economico e politico morente; di nuovi soggetti che nella società e sul territorio sperimentino forme creative di nuove economie e di diversi stili di vita. Su questo ci sono ormai numerose esperienze nel mondo reale, ma a questo nessuno sembra pensare nel ceto politico italiano. Se l ruolo dei mercati finanziari fosse ridimensionato, se non fosse più lo spread a scandire le scelte della politica, se la stella della finanza smettesse di essere la guida polare, la notte italiana come quella europea sarebbe più serena e l’alba forse meno lontana.



