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	<title>Rivista &#34;Il libro volante&#34;</title>
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	<description>Periodico on line di letteratura, politica e umanesimo diretto da Andrea Panerini</description>
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		<title>Oscar Luigi Scalfaro: la verità sul “ribaltone”</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 12:08:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[intervista di Ennio Passalia In occasione della notizia della morte del Presidente Scalfaro, grande servitore della Repubblica, ripubblichiamo questa intervista esclusiva di Ennio Passalia sul presunto &#8220;ribaltone&#8221; del 1994 denunciato per anni da Berlusconi. L&#8217;intervista apparve nel numero cartaceo n. 1/2006 del Libro Volante nel maggio di quell&#8217;anno, sei anni e mezzo fa. Con questo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=librovolante.wordpress.com&amp;blog=9800129&amp;post=453&amp;subd=librovolante&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em>intervista di Ennio Passalia</em></p>
<p><span style="text-decoration:underline;"><em><a href="http://librovolante.files.wordpress.com/2012/01/oscar_luigi_scalfaro.jpg"><img class="alignleft  wp-image-454" style="margin:5px;" src="http://librovolante.files.wordpress.com/2012/01/oscar_luigi_scalfaro.jpg?w=360&#038;h=285" alt="" width="360" height="285" /></a>In occasione della notizia della morte del Presidente Scalfaro, grande servitore della Repubblica, ripubblichiamo questa intervista esclusiva di Ennio Passalia sul presunto &#8220;ribaltone&#8221; del 1994 denunciato per anni da Berlusconi. L&#8217;intervista apparve nel numero cartaceo n. 1/2006 del Libro Volante nel maggio di quell&#8217;anno, sei anni e mezzo fa. Con questo piccolo tributo ci uniamo al cordoglio nazionale. (La redazione)</em></span></p>
<p><strong>Presidente Scalfaro, secondo alcuni commentatori, al momento della crisi del governo Berlusconi nel dicembre 1994, Lei avrebbe potuto benissimo permettere la nascita di un governo del “ribaltone”, cioè formato dai partiti che avevano perso le elezioni e dalla Lega Nord, in quanto l’introduzione della nuova legge elettorale maggioritaria, non aveva modificato la natura parlamentare della Repubblica. Non insensibile al nuovo clima politico, Lei volle invece coinvolgere il presidente del Consiglio dimissionario nella scelta del proprio successore. Come maturò quella scelta? E come considera oggi la richiesta di elezioni anticipate avanzata dal Polo alla fine del ‘94? Legittima, come dichiarò in un primo momento?</strong></p>
<p>I costituenti hanno voluto un capo dello Stato che, quando tutti i poteri funzionano, è notaio. Io ho sempre ritenuto che non è sufficiente per sciogliere il Parlamento che esso non sia in grado di indicare col 51 per cento un presidente del Consiglio (come è successo più di una volta con me). Se non col 51 per cento dei parlamentari magari può indicarlo con un 35 &#8211; 40, che presentandosi in aula si può sperare che diventi il 52. Nel momento in cui il Parlamento non è idoneo per nulla io devo scioglierlo. Ossia il Parlamento non è in grado di adempiere ai suoi compiti fondamentali. Un compito fondamentale è la designazione del capo dell’esecutivo.</p>
<p><span id="more-453"></span>Quando nel 1998 è caduto il governo di Romano Prodi, dal Parlamento vennero a dirmi: “Signor capo dello Stato, è nata una maggioranza nuova” (tenuta a battesimo soprattutto dal mio predecessore Francesco Cossiga e da Mastella). A questo punto il capo dello Stato cosa può fare? Nulla. Perché a questo punto il capo dello Stato è notaio. Il Parlamento esercita un suo diritto-dovere di avere una maggioranza e dice unanimemente: “Noi indichiamo Massimo D’Alema”. Ma posso sciogliere io un Parlamento che non ha un anno di vita, che è in una situazione faticosa (con i processi in corso e con il pericolo che la rivoluzione scenda sulla piazza) seguendo la volontà del presidente del Consiglio senza muovere un dito per cercare altre soluzioni? E con il Parlamento in maggioranza contrario a questa ipotesi? Il discorso è di grande attenzione e prudenza: il Parlamento è in grado di votare? Sì. Non solo è in grado di votare ma il Parlamento non ha alcuna intenzione di andarsene a casa dopo un anno di vita. E la situazione è che se si va a votare, si fa in uno stato di confusione generale. Io ritengo che sarei stato veramente una persona irresponsabile se avessi detto “sciogliamo!”. Follia! Non so cosa sarebbe capitato! Com’era il governo Berlusconi? C’è da discutere su quella maggioranza! Perché Berlusconi era legato con Fini col quale non faceva maggioranza. Poi, era legato con Bossi il quale aveva ingiuriato in campagna elettorale Fini. Che maggioranza era? Questa è la realtà di quel momento. Se c’è uno che ha fatto il ribaltone è Bossi che ha detto: “Io non ti voto più”. L’altro è rimasto con Fini col quale non faceva maggioranza ed è venuto a dimettersi. Il capo dello Stato, in casi del genere, non ha un argomentazione costituzionale per dire “sciogliamo”. Quando Berlusconi venne al Quirinale chiedendomi tre cose, scioglimento delle Camere, elezioni anticipate e “le elezioni le faccio io con il mio governo dimissionario”, gli risposi tre no: “Perché sciogliere in questo momento costituirebbe un atto a favore di un solo settore. Un reato! Dovrei essere processato se dicessi sì”. Berlusconi allora aggiunse: “Non preoccuparti! Anche se gestiamo noi le elezioni e le vinciamo, ti lasciamo qui tranquillo al tuo posto!”. Io risposi: “Tu pensa al posto tuo!”. Esiste al mondo un sistema dove lo scioglimento è automatico (quello che adesso si vuol mettere dentro la Costituzione con la riforma del centrodestra)? Non c’è. Anche dove c’è un sistema elettorale simile al nostro, non esiste assolutamente uno scioglimento automatico alla prima caduta (tant’è vero che anche nella riforma hanno successivamente cercato di mettere che se entro dieci giorni la maggioranza riesce a trovare un altro vertice, allora può proseguire).</p>
<p><strong>Il governo Dini, che il Polo definì “governo del ribaltone” nacque in realtà grazie all’astensione dello stesso centrodestra. Cosa contava di fare il presidente della Repubblica nel caso  di una bocciatura di Dini in Parlamento?</strong></p>
<p>La storia del ribaltone è solo propaganda. Il governo Dini non poteva essere bocciato, ipotesi mai presa in considerazione, perché l’intero Parlamento non aveva la più piccola intenzione di andare a casa. Il discorso è molto articolato. Quando io dissi al presidente del Consiglio Berlusconi di fare un “passo indietro” e aggiunsi: “Io faccio un passo che non ha precedenti nella storia d’Italia: chiedo a te che sei andato in minoranza, che sei caduto, il nome di quello che devo chiamare al tuo posto, perché in questa situazione delicata abbiamo bisogno che non ci siano spaccature. Dunque io chiedo a te di darmi un nome”. E lui disse Dini, che era il suo ministro del Tesoro. E aggiunse: “Un governo che non abbia alcun aggancio coi partiti”. Fu la frase che Dini disse quando uscì dall’incarico, ma questa frase non gliel’ho imposta io, questa frase gliela aveva chiesta il presidente del Consiglio del governo dove lui era in quel momento. Berlusconi, infatti, telefonò dicendo: “Benissimo”. Quando Dini venne per presentare l’elenco dei ministri, disse: “Io mi ritiro, perché ormai sono dichiarato traditore dai miei, perché mi hanno chiamato e mi hanno detto: o metti nel governo queste cinque persone &#8211; ed erano i capi dei vari settori del governo della Casa della Libertà – o votiamo contro”. Incredibile: Berlusconi aveva detto che i ministri dovevano essere distaccati dai partiti e improvvisamente ne pretendeva cinque che erano fortemente espressione dei partiti che costituivano il suo governo e la sua maggioranza! Perché questo repentino cambiamento? Io credo che lui fosse convinto di appoggiare Dini, ma ha trovato duri i suoi. Io gli avevo anche detto: “Questo governo è nelle tue mani. Quando tu ritieni che debba tirare i remi in barca, se tu chiami il tuo presidente del Consiglio che è tuo ministro oggi, certamente troverà la strada per presentarsi alle Camere per dire “Ho chiuso”. Però, aggiunsi: “Se tu per caso gli voti contro, ricordati che questo sfugge dalle tue mani ma non cade, perché ha il sostegno del Parlamento che non vuole andare a casa.”</p>
<p><strong>Quindi Lei si aspettava che il Polo si sarebbe astenuto al momento del voto di fiducia al governo Dini?</strong></p>
<p>Berlusconi disse che lo votava perché era secondo le sue richieste. Poi quando Dini è venuto, come dicevo prima, molto mortificato, mi ha detto: “Mi hanno chiamato dicendo: ‘o metti questio noi votiamo contro’. Io rinuncio al mandato”. Risposi: “Come parlamentare ho lottato per decenni perché le crisi avvengano in Parlamento e non nei partiti”. Feci votare persino un articolo che metteva questa condizione nella Costituzione (articolo votato dalla Camera con larghissima maggioranza, e che il Senato ha messo in un cassetto, stupidamente). Quindi ho detto: “Tu qui non rinunci a nulla, vai in Parlamento e dici ‘Signori sono in queste condizioni, mi dimetto’, ma vai in Parlamento! Però ti avverto che quando tu sei in Parlamento ti votano”. Ho agito contro lo sfascio dello Stato.</p>
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		<title>Le persecuzioni razziali in Val di Cornia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 11:28:10 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><a href="http://librovolante.files.wordpress.com/2012/01/panerini-elementi-350.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-445" style="margin:5px;" src="http://librovolante.files.wordpress.com/2012/01/panerini-elementi-350.jpg?w=184&#038;h=300" alt="" width="184" height="300" /></a>E&#8217; uscito, nella Giornata della Memoria 2012 e per i tipi de La Bancarella (www.bancarellaweb.eu) il volume di Andrea Panerini &#8220;Elementi così sospetti così sospetti e poco desiderabili. Le persecuzioni razziali in Val di Cornia (1938-1945)&#8221; nella collana &#8220;Biblioteca del Libro Volante&#8221;<br />
<em>&#8220;Nelle località costiere della nostra provincia e specialmente in Castiglioncello e Quercianella si vanno trasferendo intere famiglie ebree, alcune delle quali si sono assicurate per abitarvi, anche isolate ville sul mare. Mi sembra che la presenza di elementi così sospetti e poco desiderabili in zone di indubbia importanza militare non sia da tollerarsi anche perché non influisce in modo tranquillizzante sullo stato d&#8217;animo della popolazione, e perciò, nel segnalarvi quanto sopra, mi permetto di prospettarvi l&#8217;eventualità di una Vostra azione diretta ad inibire il trasferimento di ebrei sul nostro litorale.&#8221;</em> Ecco come venivano visti gli ebrei toscani nel dicembre 1923 dal federale fascista di Livorno. In questo volume Andrea Panerini ripercorre la vergognosa storia delle leggi razziali in Italia, degli ebrei di Piombino e della Val di Cornia, delle soffitte dell&#8217;Ospedale di Campiglia dove vennero internati dopo l&#8217;8 settembre 1943. Una pagina della nostra storia da far rivivere, per non dimenticare.</p>
<p><strong>Andrea Panerini</strong> (1983) è studioso di Storia dei sistemi politici e costituzionali e di Storia della Chiesa. Attualmente sta completando gli studi teologici in vista del ministero pastorale nella Chiesa valdese. Delle sue ultime pubblicazioni segnaliamo la curatela della raccolta di scritti di Giuseppe Mazzini &#8220;Dal Concilio a Dio e altri scritti religiosi&#8221; (Claudiana, Torino, 2011). Per l&#8217;editrice La Bancarella ha recentemente pubblicato la silloge poetica &#8220;Litanie arabe&#8221; (2010) e la curatela della seconda edizione del volume di Giuseppe Mazzini &#8220;L&#8217;Italia, l&#8217;Austria e il Papa&#8221; (2011). E&#8217; direttore della rivista &#8220;Il libro volante&#8221;.</p>
<p>Andrea Panerini, &#8220;Elementi così sospetti e poco desiderabili” Le persecuzioni razziali in Val di Cornia (1938 -1945). p. 66 ill., €. 9,00, Bross., Bib. Libro Volante n. 2, Piombino 2012 EAN 9788866150343</p>
<br />Filed under: <a href='http://librovolante.wordpress.com/category/libro/'>Libro</a> Tagged: <a href='http://librovolante.wordpress.com/tag/andrea-panerini/'>andrea panerini</a>, <a href='http://librovolante.wordpress.com/tag/ebrei/'>ebrei</a>, <a href='http://librovolante.wordpress.com/tag/fascismo/'>fascismo</a>, <a href='http://librovolante.wordpress.com/tag/leggi-razziali/'>leggi razziali</a>, <a href='http://librovolante.wordpress.com/tag/libro-volante/'>libro volante</a>, <a href='http://librovolante.wordpress.com/tag/persecuzioni/'>persecuzioni</a>, <a href='http://librovolante.wordpress.com/tag/val-di-cornia/'>val di cornia</a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/librovolante.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/librovolante.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/librovolante.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/librovolante.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/librovolante.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/librovolante.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/librovolante.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/librovolante.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/librovolante.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/librovolante.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/librovolante.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/librovolante.wordpress.com/444/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/librovolante.wordpress.com/444/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/librovolante.wordpress.com/444/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=librovolante.wordpress.com&amp;blog=9800129&amp;post=444&amp;subd=librovolante&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il governo Monti e la stella della finanza</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 21:40:12 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><em><strong>Solo il conflitto sociale potrà essere un antidoto all’incombente postdemocrazia</strong></em></p>
<p style="text-align:justify;"><em>editoriale di Rossano Pazzagli</em></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://librovolante.files.wordpress.com/2011/12/mario-monti1.jpg"><img class="alignleft  wp-image-438" style="margin:5px;" title="mario-monti1" src="http://librovolante.files.wordpress.com/2011/12/mario-monti1.jpg?w=243&#038;h=145" alt="" width="243" height="145" /></a>La finanza non può essere lo specchio della società e i mercati finanziari globali non possono determinare il destino politico delle nazioni. Quando ciò avviene, come nell’Italia attuale, vuol dire che siamo di fronte a un modello degenerato dell’economia e ad una totale debacle della politica intesa come interprete dell’interesse pubblico e collettivo. È la postdemocrazia al potere.<br />
Il passaggio dal governo Berlusconi al governo Monti costituisce un terreno di analisi eccezionalmente ricco e rivelatore dei caratteri di quella degenerazione, degli effetti di un capitalismo distruttivo sul piano sociale e ambientale di cui forse non ci rendiamo ancora sufficientemente conto. Ci vorrà un po’ di tempo prima di disporre di analisi metodologicamente corrette sul valore paradigmatico e rivelatore di tale passaggio.</p>
<p style="text-align:justify;"><span id="more-437"></span>Per ora prevale tra gli italiani il conforto amaro di non essere più governati da Berlusconi, l’illusione pia di aver arginato in un colpo solo il dilagare del berlusconismo. Sul primo aspetto la soddisfazione è legittima: non avere più alla presidenza del Consiglio un ricco personaggio implicato da sempre in numerose inchieste giudiziarie, screditato agli occhi del mondo e divenuto imbarazzante perfino per gli stessi sentimenti dell’identità lunga degli italiani, che pure non sono un modello di rigore etico, è certamente un fatto da salutare con manifestazioni di giubilo.<br />
Ma la gioia è stata giustamente contenuta, come se prevalesse fin dall’inizio il presentimento di tempi ancora più duri. È certo, comunque, che dopo un governo come quello non ci voleva molto a metterne in campo uno di maggior profilo: al cospetto di certi ministri e ministre dell’esecutivo perduto, molti semplici cittadini avrebbero fatto migliore figura. Il profilo certamente elevato di Mario Monti e della maggior parte dei suoi ministri, sottolineato dalla stampa e dai commenti della comunità internazionale, ha creato un pericoloso stato di subitanea soddisfazione nell’opinione pubblica italiana, che ha visto in questa compagine governativa e nell’immagine stessa del Presidente del Consiglio il riscatto e la possibilità di non essere più un paese deriso. Una condizione positiva e pericolosa, benedetta dall’asse Napolitano-Bertone. Positiva per i motivi che abbiamo detto; pericolosa perché rischia di rendere la strada più facile, nella società e nella politica, ad un programma che nel suo insieme non significherà “rigore e equità” – come viene presentato e mediaticamente amplificato – ma piuttosto un ulteriore e per certi aspetti finale attacco ai diritti, all’ambiente, al lavoro, al welfare state nel suo complesso.<br />
A tanto siamo arrivati. Non è colpa di Monti, ma non pensiamo che egli sia il primo presidente del rilancio italiano; Monti è piuttosto l’epigono, forse non l’ultimo, di una lunga fase politica neoliberista (o ipocritamente tale) iniziata a livello occidentale con Ronald Reagan e Margareth Thatcher e a livello italiano con Bettino Craxi, sorretta dall’abuso crescente della comunicazione mediatica e dallo svuotamento degli istituti partecipativi. Il ventennio berlusconiano, poi, ha interpretato in Italia questa fase, accentuandone i caratteri più scialbi e dirigisti, instaurando un regime postdemocratico reso possibile dalla profonda crisi della rappresentanza e dal contemporaneo dissolversi della sinistra, sempre più incapace (malgrado alcuni intermezzi governativi) di contrapporre al credo liberal-liberista una visione realmente alternativa della società e dell’economia.<br />
Se lasciamo per un momento da parte la necessità indiscutibile di una ripresa dell’immagine dell’Italia, sia a livello internazionale che interno; se spogliamo cioè l’era Monti del suo sgargiante vestito da ballo con cui si è presentato al debutto, si può scorgere facilmente un corpo di ben altre fattezze, mosso da un disegno nel quale la politica come strumento di rappresentanza del paese e degli interessi collettivi viene ulteriormente estromessa. Non è un caso che il governo sia nato al di fuori dei partiti. Non tanto per scelta, quanto per la evidente incapacità di questi ultimi di formare un governo e perfino di presentarsi ai cittadini andando alle elezioni.<br />
L’unica consapevolezza che i partiti hanno manifestato in questo frangente è stata proprio quella di essere impresentabili. È già qualcosa, visto che fino ad ora erano stati solo in grado di bollare di ‘antipolitica’ tutti coloro che si permettevano di criticarli, ma è un po’ poco rispetto al ruolo che la Costituzione gli riconosce.<br />
Lo stucchevole unanimismo iniziale (a parte la Lega) non potrà consegnarci altro che lo spettacolo misero di una continua serie di imbarazzi e di lacrime di coccodrillo di un partito o dell’altro di fronte alle misure che il governo Monti ha cominciato a varare. I partiti, almeno quelli più grandi, si sono rivelati interpreti incapaci della fase che il paese sta vivendo, soggetti ricolmi di tatticismi con la presunzione di rappresentare una società che si ormai dimenticata di loro. Perfino Berlusconi si sentirà un po’ sollevato di non dover essere lui a fare il lavoro sporco. Ciò gli consentirà probabilmente di ripresentarsi quasi come una verginella alle prossime elezioni, attribuendo a Monti la responsabilità del malcontento che nel frattempo sarà cresciuto nella società, tra gli elettori colpiti dalle misure sulle pensioni che impediranno ai giovani di entrare nel mondo del lavoro, dal caro-benzina che già sta raschiando le tasche degli italiani, dalla mancanza di misure in difesa della scuola pubblica e dell’ambiente, dalla incapacità di dare seguito ai risultati dei recenti referendum popolari sull’acqua e sul nucleare, dalla mancata riduzione delle spese militari. E potremmo, potremo purtroppo continuare.<br />
Quello del governo Monti sarà un disegno sostanzialmente conservatore, tendente a restaurare – per convinzione e per il profilo stesso dei suoi ministri – il sistema economico attualmente in crisi: quello della crescita al posto dell’equilibrio, della competizione al posto della solidarietà, della finanza al posto della produzione, del potere delle lobbies al posto della partecipazione democratica, del globale al posto del locale.<br />
Tutto questo &#8211; si dice – per rispondere all’Europa. Ma quale Europa? A me pare che si parli soprattutto della finanza europea, della banca centrale e dei mercati. In realtà si parla pochissimo di Europa, perché anche il progetto europeo è nel mezzo di una grave crisi: senza una costituzione, con un parlamento europeo di fatto insignificante, una commissione europea non eletta e solo espressione dei singoli governi, con palesi divisioni interne tra le quali spicca l’Inghilterra. Stupisce il silenzio su questo e l’enfasi sui mercati finanziari.<br />
Il governo Monti è nato sotto la stella della finanza, senza un progetto di cambiamento italiano. Al momento l’unico vantaggio è che Berlusconi non sia più al potere. Per il resto, cambiano gli interpreti, ma la linea resta quella di una progressione della postdemocrazia e di un progressivo esautoramento della politica, con il dispregio della partecipazione la fine di ogni efficace rappresentanza.<br />
Non resta che sperare in una forte ripresa creativa e creatrice del conflitto sociale e la formazione di nuovi soggetti in grado di riassumere un ruolo nella partecipazione e nella rappresentanza dei cittadini e dei territori. Parlo di quel conflitto tra le classi sociali e tra queste e i governi al quale già Machiavelli attribuiva il valore creativo della libertà e del benessere, specialmente nelle fasi critiche. La crisi non va risolta, ma attraversata; non abbiamo bisogno di un governo che illuda ancora il paese su nuove stagioni di crescita, che insegua gli stessi paradigmi che hanno provocato la crisi, ma di una leadership umile e capace di gestire al meglio il declino di un sistema economico e politico morente; di nuovi soggetti che nella società e sul territorio sperimentino forme creative di nuove economie e di diversi stili di vita. Su questo ci sono ormai numerose esperienze nel mondo reale, ma a questo nessuno sembra pensare nel ceto politico italiano. Se l ruolo dei mercati finanziari fosse ridimensionato, se non fosse più lo spread a scandire le scelte della politica, se la stella della finanza smettesse di essere la guida polare, la notte italiana come quella europea sarebbe più serena e l’alba forse meno lontana.</p>
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		<title>Il volto di Dio nella storia</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 16:08:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Recensione di Ada Prisco* Giuseppe Mazzini, Dal Concilio a Dio e altri scritti religiosi, a cura di Andrea Panerini, Claudiana, Torino 2011 Affrontare il viaggio nei testi prodotti da Giuseppe Mazzini e raccolti in questo volume risulta particolarmente opportuno nell’anno che celebra i 150 anni dell’Unità d’Italia. Nel compiere questo tragitto, lungo il quale si [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=librovolante.wordpress.com&amp;blog=9800129&amp;post=420&amp;subd=librovolante&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Recensione di Ada Prisco*</em></p>
<p><a href="http://librovolante.files.wordpress.com/2011/12/dalconcilioadio-copertina.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-421" style="margin:5px;" src="http://librovolante.files.wordpress.com/2011/12/dalconcilioadio-copertina.jpg?w=183&#038;h=300" alt="" width="183" height="300" /></a>Giuseppe Mazzini, <em>Dal Concilio a Dio e altri scritti religiosi</em>, a cura di Andrea Panerini, Claudiana, Torino 2011</p>
<p>Affrontare il viaggio nei testi prodotti da Giuseppe Mazzini e raccolti in questo volume risulta particolarmente opportuno nell’anno che celebra i 150 anni dell’Unità d’Italia. Nel compiere questo tragitto, lungo il quale si acquisisce la consapevolezza della distanza che ci separa da questa pietra miliare del nostro Risorgimento, sono preziose sia la guida del curatore, Andrea Panerini, studioso di storia contemporanea, sia la prefazione al libro di Paolo Ricca, pastore valdese e già professore di Storia della Chiesa presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma.</p>
<p>La raccolta include 3 saggi scritti in un italiano appassionato del 1800 non sempre di facilissima lettura, ma sempre prova inequivocabile del fermento culturale dell’epoca: <em>Dal Papa al Concilio</em> (1832), <em>Dal Concilio a Dio</em> (1870), Dubbio e fede (1862); a questi si aggiunge la breve e struggente <em>Preghiera a Dio per i piantatori, scritta da un esule</em> (1846), che Mazzini scrisse su richiesta di William Shaon come intervento nel dibattito in corso negli Stati Uniti sull’abolizione della schiavitù (i «piantatori» sono infatti i proprietari terrieri che piantavano cotone utilizzando schiavi di colore).</p>
<p>La brevità del libro (110 pagine comprensive di prefazione e premessa) può trarre in inganno. Al lettore si presenta come un denso concentrato di idee. Per parlarne entrando in alcuni contenuti, si è comunque facilitati dal ritorno ricorrente, più o meno esplicito, di tre idee chiave inanellate fra loro ed enunciate nel programma che «la Morale fa agli uomini», laddove, con un artifizio letterario, lo scrittore immagina che la Morale stessa prenda la parola. Dio, Progresso, Umanità (tutte con l’iniziale maiuscola nell’originale, come si legge): è a queste parole che è necessario applicarsi per orientarsi negli scritti, ricordando che il loro senso scaturisce dall’ambiente storico e culturale che le ha generate e non trascurando che da ognuna può scaturire interesse ancora attuale.</p>
<p><span id="more-420"></span>L’idea di Dio pervade ogni respiro di queste pagine riempite con un linguaggio marcatamente religioso. Si tratta, però, di un Dio insofferente alle categorie offerte dalle tradizioni religiose. Si rifà, in linea generale, al Dio della Bibbia, libro che viene citato e che viene espressamente giudicato un «libro aperto», che, cioè, non ha smesso di parlare, perché la rivelazione, secondo Mazzini, non si compie in Gesù Cristo, ma continua incessantemente per la strada che segna il cammino dell’umanità, lungo il quale Gesù di Nazaret è stato un profeta importante, ma non certamente la pietra angolare professata dal Credo niceno-costantinopolitano come «Dio vero da Dio vero generato non creato della stessa sostanza del Padre». Ci troviamo di fronte ad una considerazione completamente diversa della sua valenza rispetto alla lettura teologica cristiana.<br />
Il Dio mazziniano è nuovo e precorre per certi versi i tempi, dando sfogo a una religiosità dai tratti sincretistici, ma anche originale perché a servizio di un fine storico.<br />
Apprezza la visione ebraico-cristiano del Dio creatore che si comunica al mondo. Afferma, però, che Dio non si può imprigionare in «un angolo dell’Universo», né in un momento del tempo. Rivisita completamente la figura di Gesù, lo elogia come <em>apostolo dell’unità della legge, fondatore di un’epoca emancipatrice dell’individuo, profeta dell’uguaglianza delle anime… fratello migliore di noi ammette che sia da venerare, ma non da adorare</em>.</p>
<p>Fondamentalmente questo padre spirituale del Risorgimento italiano apprezza tutte le forme storiche della religione, perché nel periodo in cui sono sorte hanno svolto una “funzione” utile in quel preciso momento.<br />
E le critica tutte per lo stesso motivo, la forte e anche interessata miopia nell’ostinarsi a non voler guardare più in là di se stesse, per capire che il disegno di Dio è sempre oltre. E questa intuizione è senz’altro interessante e da tenere in debita considerazione sempre. Come è altrettanto curioso che Mazzini s’interessi all’anelito religioso dell’Oriente, così più libero da strutture, tanto attento alla “ruota” della vita segnata dal tempo, alle trasformazioni, allo spirito che pervade la realtà e la fa uno con l’universo.<br />
Tutt’altra cosa dalle chiese storiche che, istituzionalizzandosi, tendono a cristallizzare anche l’idea stessa di Dio.<br />
Com’è facile immaginare, Mazzini non risparmia strali al cattolicesimo cogliendo nel papato l’obiettivo prescelto.<br />
Il papato è giudicato ormai sordo all’urlo incalzante dei tempi, incapace di amore verso l’umanità (a pag. 66, scrive: <em>«La vita è amore; voi non sapete più amare; la parola del vostro capo non suona che gemito di delusione»</em>), ed è, quindi, appiattito sulla negazione, tanto da diventare tacito incoraggiamento al materialismo.<br />
Pio IX, papa del tempo, suscita, a suo giudizio, dolore e pietà.</p>
<p>Il nostro autore cerca di analizzare la storia e riconosce la causa remota della caduta morale del papato fin da Lutero, non richiamandosi, però a un criterio spirituale, bensì territoriale.</p>
<p>Successivamente la sua lunga e articolata invettiva si svolge alla luce dei cavalli di battaglia del programma mazziniano. Il papato non è più segno di unità, se non apparentemente, rimane tragicamente fuori dalla missione che lega la storia al popolo nel disegno della Provvidenza. La religione nelle sue definizioni concrete e lo stesso papato appaiono sempre funzionali alla religione «che è l’umanità», che, «unita», si coinvolge nel progresso. Ed è un principio eterno che si serve di istituzioni di volta in volta adeguate ai tempi, ma destinate tutte a scomparire, per lasciare in primo piano Dio, umanità e progresso, come altrettanti cerchi concentrici, inesistenti o inefficaci l’uno senza l’altro.<br />
Mazzini è profetico quando parla di un Dio nella storia ed è straordinariamente attuale quando addita all’Italia una responsabilità di non poco conto nell’equilibrio dell’Europa.</p>
<p>Giuseppe Mazzini riconosce un enorme talento etico e, quindi, civile, al cristianesimo, che ha instillato il valore dell’uguaglianza, la bontà dell’associarsi. Ha così adempiuto alla sua funzione di base ad un progetto più ampio e politico nel senso lato del termine (egli scrive: «la religione e la politica sono inseparabili», p. 47). Nelle incarnazioni storiche ha poi finito con lo sforare i suoi confini: del cattolicesimo Mazzini decreta la morte, ma non vede di buon occhio nemmeno le chiese protestanti, nate dal desiderio autentico di rimediare alla «corruzione del cattolicesimo», ma divenute poi eccessivamente votate all’individuo e parcellizzate fino a dare, come egli dice, «spettacolo di anarchia».</p>
<p>Svuotato di ogni contenuto teologico caratterizzante, Dio in Mazzini è ordinato alla storia, manifesta il suo volto nella storia, un volto destinato a cambiare continuamente i suoi tratti per servire la causa del progresso e insegnare al suo popolo a corrispondere alla sua chiamata, elevando se stesso, non tanto con la catarsi del dolore, che tanta fortuna ebbe specie nell’800, quanto piuttosto attraverso l’impegno sociale.</p>
<p>L’umanità gode secondo Mazzini di una statura eccelsa che la vuole protagonista naturale di una religione civile sulla scorta delle grandi battaglie ideali che hanno segnato la modernità in Occidente.</p>
<p>Gode, inoltre, l’umanità di un filo diretto con Dio, non necessita di alcuna mediazione, nemmeno di quella di Gesù. Qualunque istituzione si arroghi questo titolo è usurpatrice. E’ lo spirito dei tempi a veicolare il volere di Dio, non le istituzioni ecclesiastiche, non le strutture delle chiese.<br />
L’Umanità, nel rispetto della migliore tradizione romantica, è vista come soggetto della storia, è imparentata a doppio con la categoria di popolo che nella storia è chiamato a svolgere una missione in quanto soggetto collettivo unitario. Per questo ogni accentuazione moderna sull’“individualità” a sé stante risulta profondamente estranea al pensiero mazziniano. L’umanità non è mai sganciata dal mondo, nell’atteggiamento superbo dell’ascesi ma calata in profondità dovunque sia anche solo l’ombra di un essere umano.<br />
E’ soggetto di pregevole nobiltà, perché custodisce dentro di sé il divino che si rivela,, quindi possiede la capacità innata di percepirlo.</p>
<p>Il progresso è la cifra per eccellenza di questi scritti. Dio, la religione, l’umanità, tutto nella visione di Mazzini è “in progress”.</p>
<p>L’umanità vive in una continua spirale verso mete sempre più alte che ha in sé la capacità di raggiungere.<br />
Nel progresso Mazzini identifica la rivelazione continua di Dio, con ciò imprimendo in esso una linfa autenticamente religiosa.</p>
<p><em>* insegna Storia delle religioni alla Facoltà teologica cattolica della Puglia</em></p>
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		<title>Storia di un impiegato d&#8217;amore precario</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 22:58:08 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em>racconto di Vanessa Lorusso*</em></p>
<p><a href="http://librovolante.files.wordpress.com/2011/12/precariato1.jpg"><img class="alignleft  wp-image-418" style="margin:5px;" src="http://librovolante.files.wordpress.com/2011/12/precariato1.jpg?w=240&#038;h=147" alt="" width="240" height="147" /></a>Paolo era nato in una fredda sera d’inverno, in un giorno anonimo dei primi anni ’80. Per tutta la sua infanzia era cresciuto credendo alla poesia delle favole, alla potenza degli sguardi amici, al senso di libertà di una corsa nei prati, alla grandezza della natura in ogni suo ciclo stagionale. Ancora ragazzetto aveva deciso di iniziare subito il suo lavoro d’impiegato d’amore. Di questo lavoro sapeva poco, perché, in verità, l’amore era una professione del tutto sconosciuta per lui. I suoi genitori lavorarono per diversi anni come soci svolgendo saltuari lavoretti occasionali di compagnia reciproca, e la loro non era mai stata una collaborazione fruttuosa. Per lui, dunque, la professione d’amore non solo era un’isola sconosciuta, ma era addirittura un salto nel vuoto senza paracadute. E così mosse i primi passi, inconsapevole, per cercare di imparare ciò che fino ad allora aveva sentito solo mormorare da quei pochi che avevano finalmente trovato un posto fisso nel settore. Trovò solo impieghi occasionali o a tempo determinato, che spesso finivano con una porta chiusa alle spalle, talora anche bruscamente. Approdò quindi in quella che era ritenuta la più seria delle aziende del settore, ma a quel punto la sua inesperienza, figlia di tutti i precedenti insuccessi, lo colse impreparato e rassegnò le sue dimissioni, per non deludere chi, con tanta grazia, gli aveva dato una così ghiotta occasione di riscatto professionale.</p>
<p><span id="more-416"></span>Seguirono mesi di stasi in cui Paolo prese una grande decisione: prepararsi all’amore cercando di abbandonare tutte le sue insicurezze. Amare, si sa, è un lavoro d’arte che però deve trascurare la perfezione, è una questione di equilibrio tra il dare e l’avere, è partecipazione, è misurarsi con i propri limiti, affinare la capacità di ascolto e di messa in discussione, amare è soprattutto dedizione: non si può immaginare di voler essere dediti al lavoro d’amore per più aziende, perché solo una rispecchia tutti gli ideali di rispetto per la professione. Era questo che voleva per sé. Durante la notte, prendeva dal cassetto della scrivania la sua anima (il suo più importante strumento da lavoro) e con una lima smussava gli angoli più spigolosi, leggeva i suoi segreti e i suoi desideri e ciò divenne il suo bagaglio formativo, su cui più di tutto, risultavano determinanti le esperienze passate. Era pronto al lavoro d’amare. Per giorni sfogliava riviste con richieste di lavoro, ma nessuna cercava un impiegato d’amore. Era evidente che negli anni quel settore aveva subito più di tutti la crisi: tutto era iniziato da un brutto scivolone dei titoli in borsa sulla “comunicazione” e del crollo di quelli chiamati “fiducia”, “fedeltà” e “verità”. Ma il maggior responsabile fu, senza ombra di dubbio, il signor Egoismo, grande imprenditore dalle fauci larghe, che con le sue fabbriche di solipsismo, venduto a buon mercato, s’era fatto un gran nome e aveva piegato il settore produttivo dell’amore vero. Paolo non demorse: cercò per mesi tra quelle pagine di quelle riviste, tra i siti a cui s’era iscritto la sua grande occasione. Finalmente approdò nell’unica vera azienda in cui avrebbe investito tutte le sue energie. Dopo mesi di estenuanti colloqui e prove tecnico-pratiche di “resistenza alle difficoltà”, di “pazienza nell’attesa” e di “comprensione”, ottenne un contratto a tempo determinato di un anno. Passò un anno lavorativo in quell’azienda e Paolo vide crescere la sua carriera in un modo che egli stesso non poteva prevedere in maniera così rosea e che gli valsero il rinnovo del contratto. La titolare dell’azienda era soddisfatta di lui, tutto prometteva un contratto a tempo indeterminato. Accadde invece che il perfido Egoismo, aiutato dalla ben più potente e perfida signora Paura, convinsero la sua titolare a tagli drastici del personale, dato che loro, meglio di chiunque altro, avrebbero avuto il potere di far affondare nell’oblio quella piccola e operosa azienda e la sua titolare con essa. La prima persona che fu licenziata fu proprio Paolo che, sfiduciato, abbandonò la professione d’impiegato d’amore e si mise in proprio costituendo una società di Ricostruzione della Personalità. Pentita di aver licenziato la punta di diamante della sua impresa, la sua ex datrice di lavoro lo ricontattò ponendo però specifiche condizioni: contratto a progetto, stipendio quasi dimezzato e nessuna garanzia futura, nessuna copertura previdenziale in caso di licenziamento, nessuna possibilità di costruire una casa, una famiglia. Paolo accettò, come chi spera sempre che il suo mestiere sia un giorno valutato come una necessità per l’azienda piuttosto che un plus di scarsa rilevanza. Paolo accetta il precariato, ma purtroppo non è il solo, perché in tempo di crisi c’è chi svende la sua mano d’opera al miglior offerente, chi di aziende d’amore s’augura il fallimento totale, chi lavora a nero in imprese che si fanno concorrenza sleale. Oggi la crisi ce l’abbiamo nell’anima e non abbiamo nessuna manovra finanziaria che ci indichi la via. Oggi i verbi non si coniugano più al futuro, perché abbiamo ammazzato l’utopia, il coraggio, perché abbiamo barattato “la cosa più importante” per “quella più facile”. Oggi un precario stringe una penna e macchia di nero le sue paure d’ instabilità. Un precario tra tanti. Quel precario che nello specchio riflette la mia immagine.</p>
<p><em>* barese, laureanda in Infermieristica presso l&#8217;Università degli Studi di Bari. Attenta ai problemi socio-politici e culturali, si dedica anche alla critica musicale e cinematografica e alla scrittura creativa.</em></p>
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