Matteo Bianchi
L’atto finale del Congresso di Vienna, datato 9 giugno 1815, ridette all’Europa l’assetto precedente all’Impero napoleonico, restaurando in Italia gli antichi sovrani. Il ritorno di un passato greve, con le dinastie rovesciate a fatica di nuovo al potere, il Papa sul trono dello Stato Pontificio e il dominio austriaco riaffermato nell’Italia settentrionale, poté forse sembrare, a gran parte della popolazione, una realtà mentalmente sopportabile, ritrovate le pratiche quotidiane. A una congerie contraddittoria e anacronistica di piccoli regni, principati e domini stranieri subentrò così uno stato unitario che si impose sulle barriere interne della penisola, dando leggi comuni agli Italiani. Ma le fece davvero crollare? Il dibattito è aperto; con tutta probabilità i dissidi odierni sono i resti di allora, quando assai ristretta era la classe culturale trainante, la quale aveva a cuore il bene di tutti. Ciò nonostante, nel territorio scoppiarono subito sporadici, ma intensi fermenti di un’ansia rinnovatrice e trasformatrice, che si sarebbero presto diffusi dappertutto, dando vita ad una feconda irrequietezza, una lotta al presente del nuovo contro il vecchio.
In campo artistico ci fu una grande fioritura, spesso legata all’attività politica. Gli avvenimenti dell’epoca – di notevole impatto, anche perché implicavano un rinnovato sentimento d’identità nazionale – erano infatti tali da incidere profondamente sull’animo degli artisti, tanto da stimolare in molti di loro ispirazioni di intenso patriottismo.




